RIME

Giovanni Boccaccio

 

I testi della seconda parte sono preceduti da un asterisco nel caso di rime probabilmente autentiche, da due asterischi nel caso di rime probabilmente non del Boccaccio.

 

PARTE PRIMA

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I

- -

Intorn'ad una fonte, in un pratello

di verdi erbette pieno e di bei fiori,

sedean tre angiolette, i loro amori

forse narrando, e a ciascuna 'l bello

-

viso adombrava un verde ramicello

ch'i capei d'or cingea, al qual di fuori

e dentro insieme i dua vaghi colori

avolgeva un suave venticello.

-

E dopo alquanto l'una alle due disse

(com'io udi'): «Deh, se per avventura

di ciascuna l'amante or qui venisse,

-

fuggiremo noi quinci per paura?».

A cui le due risposer: «Chi fuggisse,

poco savia saria, con tal ventura!».

-

II

- -

All'ombra di mill'arbori fronzuti,

in abito leggiadro e gentilesco,

con gli occhi vaghi e col cianciar donnesco

lacci tendea, da lei prima tessuti

-

de' suoi biondi capei crespi e soluti

al vento lieve, in prato verde e fresco,

una angiolella; a' quai giungeva vesco

tenace Amor, e ami aspri e acuti.

-

Da' quai, chi v'incappava lei mirando,

invan tentava poi lo svilupparsi,

tant'era l'artificio che i teneva.

-

E io lo so, che me di me fidando

più che 'l dovere, infra e lacciuoli sparsi

fui preso da virtù ch'io non vedeva.

-

III

- -

Il Cancro ardea, passata la sest'ora,

spirava zefiro e il tempo era bello,

quieto il mar, e in su' lito di quello,

in parte dove il sol non era ancora,

-

vid'io colei, che 'l ciel di sé innamora,

e 'n più donne far festa: e l'aureo vello

le cingea 'l capo in guisa che capello

del vago nodo non usciva fuora.

-

Neptuno, Glauco, Forco e la gran Teti

dal mar lei riguardavan sì contenti,

che dir parevon: «Giove, altro non voglio».

-

Io, da un ronchio, fissi agli occhi lieti

sì adoppiati aveva e sentimenti,

ch'un sasso paravamo io e lo scoglio.

-

IV

- -

Guidommi Amor, ardendo ancora il sole,

sopra l'acque di Giulio, in un mirteto,

e era il mar tranquillo e il ciel quieto,

quantunque alquanto zefir, come suole,

-

movesse agli arbuscei le cime sole:

quando mi parve udire un canto lieto

tanto, che simil non fu consueto

d'udir già mai nelle mortali scuole.

-

Per ch'io: «Angela forse, o ninfa, o dea

canta con seco in questo loco eletto»,

meco diceva, «degli antichi amori».

-

Quinci madonna in assai bel ricetto

del bosco ombroso, in su l'erbe e in su' fiori,

vidi cantando, e con altre sedea.

-

V

- -

Non credo il suon tanto soave fosse

che gli occhi d'Argo tutti fé dormire,

né d'Anfion la citara a udire

quando li monti a chiuder Tebe mosse,

-

né le sirene ancor quando si scosse

invano Ulisse provido al fuggire,

né altro, se alcun se ne può dire

forse più dolce, o di più alte posse:

-

quant'una voce ch'io d'un'angioletta

udi', che lieta i suoi biondi capelli

cantand'ornava di frond'e di fiori.

-

Quindi nel petto entrommi una fiammetta,

la qual, mirando li sua occhi belli,

m'accese il cor in più di mill'ardori.

-

VI

- -

Su la poppa sedea d'una barchetta,

che 'l mar segando presta era tirata,

la donna mia con altre accompagnata,

cantando or una or altra canzonetta.

-

Or questo lito e or quest'isoletta,

e ora questa e or quella brigata

di donne visitando, era mirata

qual discesa dal cielo una angioletta.

-

Io, che seguendo lei vedeva farsi

da tutte parti incontro a rimirarla

gente, vedea come miracol nuovo.

-

Ogni spirito mio in me destarsi

sentiva, e con amor di commendarla

sazio non vedea mai il ben ch'io provo.

-

VII

- -

Chi non crederrà assai agevolmente,

s'al canto d'Arion venne il delfino

faccendo sé al suo legno vicino,

al suo comando presto e ubidiente,

-

che, solcando costei il mar sovente

in breve barca, nel tempo più fino,

alla voce del suo canto divino

molti ne venghin desiosamente?

-

E quas'a ciò da Nettunno mandati

circondan quella, e ogni cosa sinestra

cacciando indrieto, e onde e tempestate.

-

O orecchi felici, o cuor beati,

a' quali è la fortuna tanto destra,

che d'ascoltarla fatti degni siate!

-

VIII

- -

Quel dolce canto col qual già Orfeo

Cerbero vinse e il nocchier d'Acheronte,

o quel con ch'Anfion dal duro monte

tirò li sassi al bel muro dirceo;

-

o qual d'intorn'al fonte pegaseo

cantar più bel color che già la fronte

s'ornar d'alloro, con le Muse conte

uomo lodando, o forse alcuno deo:

-

sarebbe scarso a commendar costei,

le cui bellezze assai più che mortali

e i costumi e le parole sono.

-

E io presumo in versi diseguali

di disegnarle in canto senza suono!

Vedete se son folli i pensier miei!

-

IX

- -

Candide perle, orientali e nuove,

sotto vivi rubin chiari e vermigli,

da' quali un riso angelico si muove

che sfavillar sotto due neri cigli

-

sovente insieme fa Venere e Giove,

e con vermiglie rose i bianchi gigli

misti fa il suo colore in ogni dove,

senza che arte alcuna s'assottigli:

-

i capei d'oro e crespi un lume fanno

sovra la lieta fronte, entr'alla quale

Amore abbaglia della meraviglia;

-

e l'altre parti tutte si confanno

alle predette, in proporzion eguale,

di costei ch'i ver angioli simiglia.

-

X

- -

Se bionde trecce, chioma crespa e d'oro,

occhi ridenti, splendidi e soavi,

atti piacevoli e costumi gravi,

sentito motteggiare, onesto e soro

-

parlar in donna, com'in suo tesoro,

pose natura mai o finser savi:

tutt'è 'n costei, Amor, in cui le chiavi

delle mia pene desti e del ristoro.

-

Dunque, se io sovente ne sospiro,

non mi riprenda chi la mia speranza

non vede posta in premio del martiro.

-

Questa li mia pensier urge e avanza

con gli occhi sua a sì alto desiro,

che nulla più sentir have 'n possanza.

-

XI

- -

Quella splendida fiamma, il cui fulgore

m'aperse prima l'amorosa via,

m'incende sì, qualor l'anima mia

vola colà dove la chiama Amore,

-

che 'l troppo lume el debile valore

degli occhi abbaglia sì, che la si svia

dal debito sentier, e dove sia

né sa, né vede, d'ogni ragion fuore.

-

E mentre così erra tremebonda,

fa di me rider chi allor mi vede,

e tal fiata alcun muove a pietate.

-

Laonde segue che 'l desio, ch'abbonda,

discuovre ciò che nasconder si crede

la disviata fuor di libertate.

-

XII

- -

Quell'amorosa luce, il cui splendore

per li miei occhi mise le faville,

che dentr'al cor andando a mille a mille,

di lei la forma e la luce d'Amore,

-

questa per donna e colui per signore,

lasciaronvi, non posson le pupille

soffrir talor per l'acute postille

ch'accese vengon più del suo valore.

-

Onde, contra mia voglia, s'io non voglio

lei riguardando perder di vederla,

in altra parte mi convien voltare.

-

O grieve caso ond'io forte mi doglio:

colei, cui cerco di veder poterla

sempre, non posso poi lei riguardare!

-

XIII

- -

Il folgor de' begli occhi, el qual m'avampa

il cor qualor io gli riguardo fiso,

m'è tanto nella mente, ov'io l'ho miso

spesso, segnato con eterna stampa,

-

ch'invan, caro signore, ogn'altra vampa

ver me saetti del tuo paradiso:

questo m'allegra, questo m'ha conquiso,

questo m'uccide, questo ancor mi scampa.

-

Dunque, ti prego, al tuo arco perdona,

e bastiti per una avermi preso,

ch'assai è gran legame questo e forte;

-

e mentre 'l tuo valor la sua persona

farà più bella, sì com'è testeso,

mai non mi scioglierà se non la morte.

-

XIV

- -

Il gran disio che l'amorosa fiamma

nel cuor m'accese nei miei miglior anni,

e tiene ancor crescendo ciascun giorno

e terrà forse insino a l'ultim'ora,

tolto ha da me ciascun altro desire:

e com' li piace mi si fa seguire.

- -

-

XV

- -

Mai non potei, per mirar molto fiso

i rossi labri e gli occhi vaghi e belli,

il viso tutto e gli aurei capelli

di questa, che m'è in terra un paradiso,

-

nell'intelletto comprender preciso

qual più mirabil si fosse di quelli:

come ch'io stimo di preporre ad elli

l'angelico leggiadro e dolce riso.

-

Nel qual, quando scintillan quelle stelle

che la luce del ciel fanno minore,

par s'apra il cielo e rida il mondo tutto.

-

Ond'io, che tutto 'l cor ho dritto a quelle,

esser mi tengo molto di megliore,

sentend'in terra sì celeste frutto.

-

XVI

- -

Le parole soave e 'l dolce riso,

la treccia d'oro, che 'l cor m'ha legato

e messo nelle man che m'hanno ucciso

già mille volte e 'n vita ritornato

-

di nuovo, m'hanno sì 'l petto infiammato,

che tutto il mio desire al vago viso

rivolto s'è, e altro non m'è grato

che di vederlo e di mirarlo fiso.

-

In quel mi par veder quant'allegrezza

che fa beati gli occhi de' mortali,

che si fan degni d'eterna salute.

-

In quel risplende chiara la bellezza

che 'l ciel adorna e che n'impenna l'ali

a l'alto vol con penne di virtute.

-

XVII

- -

Spesso m'avvien ch'essendom'io raccolto

co' miei pensier, partito dalla gente,

senza donde veder, nella mia mente

sen vien colei nel cui celeste volto

-

la mia salute sta, e che disciolto

ne' legami d'amor soavemente

con gli occhi sua mi pose, e lietamente

a sé tir'ogni spirto altrove volto.

-

Poi, ragionand'allor, fa riguardare

la sua virtù, la bellezza e 'l valore,

di quai più ch'altra l'ha dotata Dio;

-

dond'un piacer mi nasce, el qual mi pare

che rechi seco ciò che puote Amore,

e sol accenda a ben far il disio.

-

XVIII

- -

Com'io vi veggo, bella donna e cara,

così mi sento per gli occhi passare

una soavità, la qual mi pare

che del cor cacci ogni passione amara,

-

e pongavi un desio, el qual rischiara

ogni pensier turbato e che stimare

mi fa voi di bellezza trapassare

al mond'ogn'altra, sola, unica, o cara.

-

E quivi lodo la fortuna mia

e Amor che a voi mi fé subbietto,

come m'apparve la vostra figura.

-

Né più oltre la mia mente desia,

che di poter con onestà diletto

prestar a così bella creatura.

-

XIX

- -

Con quanta affezion io vi rimiri,

a voi non posson celar gli occhi miei,

li quai de' vostri, sì com'io vorrei,

credon, quei riguardando, trar sospiri,

-

che portin pace a ben mille martiri,

che nascon del desio, ch'io non potei

quel dì frenar, ch'è arbitrio delli dei,

d'entrar per voi negli amorosi giri.

-

E se quei, che nel mio petto portaro

con amore speranza, non mi sono

benigni, da cui dunque aspetto pace?

-

Io non dimando al vostro onor contraro,

ma mi facciate d'un sospiro dono,

il qual mitighi il foco che mi sface.

-

XX

- -

Sì dolcemente a' sua lacci m'adesca

Amor, con gli occhi vaghi di costei,

che, quanto più m'allontano da lei,

più vi tira 'l desio e più l'invesca:

-

per ch'io non veggio come mai me n'esca,

e certo riuscirne non vorrei,

tanto contenta tutti e desir miei

i suoi costumi e l'onestà donnesca.

-

Chi vuol si doglia e piangasi d'Amore,

ch'io me ne lodo per insino ad ora,

se più non m'arde il caro signor mio;

-

e benedico quel vago splendore

che 'l cor sì dolcemente m'innamora,

allumandomi sì, ch'io son più ch'io.

-

XXI

- -

Biasiman molti spiacevoli Amore

e dicon lui accidente noioso,

pien di spavento, cupido e ritroso,

e di sospir cortese donatore.

-

Né vede di costoro il cieco errore

come proceda il suo valor nascoso,

nell'uom prudente giusto ed animoso,

a, per bene operar, volere onore.

-

Come costui nell'anima gentile

pronto si pon per valoroso obbietto,

così la rende cortese e umile.

-

Ornarsi di costumi è 'l suo diletto;

fugge come nimico ogn'atto vile:

chi dunque de cessar starli subbietto?

-

XXII

-

Amor, che con sua forza e virtù regna,

nel summo cielo ardendo sempre vive

e l'anima gentil di lui fa degna,

-

regge mia vita e quel che la man scrive,

dimostra el cuor divoto a sua deitade

e del suo regno el fa ministro e cive.

-

Amor vol fede e con lui son legade

speranza con timor e gelosia,

e sempre con leanza umanitade.

-

Unde sovente per Rachele a Lia

fa star suggetta l'anima servendo

con dolce voglia e con la mente pia.

-

Così si pasce, di sua fiamma ardendo,

il cuor che onestamente Amor nutrica,

con sua vaghezza nei suspir languendo.

-

Supporta angosia in pace e gran fatica

per conservar della sua cara amata

el digno onor e la sua fiamma antica.

-

Amor è come gemma in or legata,

che mai non perde sua gentil natura,

ma più lucente è sempre e più preziata.

-

Non è, come altrui pinge sua figura,

crudele, iniusto, faretrato e nudo,

né ha de' suoi suggetti poca cura;

-

anzi è di vera pace eterno scudo,

vestito de virtute e gentilezza,

ma, contra ogni lascivo, alpestro e crudo;

-

né senza il suo bel lume alcuna altezza

in ciel fia degna o nel terrestre mondo,

né val di donna, senza lui, baldezza.

-

Amor fa con audacia l'uom facondo,

cortese, umano, e di costumi ornato,

e 'l cuor dov'el si possa fa iocundo.

-

Premio non cerca, regni o alto stato,

ma sol bontate e un disio amoroso,

con pura fede, l'uno o l'altro amato.

-

Onesta leggiadria, un cuor vezzoso,

un parlar dolce, un animo sincero,

un vago remirar tutto piatoso

-

son le catene und'el si fa mainero;

nel foco ardente e' con dolcezza abrusa

temprando sue saette e l'arco fiero.

-

De lui presumo in questa mia confusa

e bassa rima le sue laude alzare,

se 'l suo favor alla mia debil musa,

-

porgendo mi farà di lui cantare.

-

XXIII**

- -

Questo amoroso fuoco è sì soave,

che tuttora ardo e parmi crescer vita;

ma vedo ben che, se 'l ciel non m'aita,

rotta è fra duro scoglio la mia nave.

-

Tal mi tien chiuso sotto a mille chiave,

che, con sua faccia angelica e polita,

or pena eterna or dolcezza infinita

mi mostra; or m'assicur ora mi spave.

-

Così del mio fin dubio ardendo spero

nel fuoco rinovar come fenice,

e questo d'ogni doglia è medicina.

-

Né posso, mio giudicio, dir con vero

che per cosa terrena esser felice

io cerchi, ma d'effigie alta e divina.

-

XXIV

- -

Quello spirto vezzoso, che nel core

mi misero i begli occhi di costei,

parla sovente con meco di lei

leggiadramente, e simile d'Amore.

-

E poi del suo animoso fervore

una speranza crea ne' pensier miei,

che sì lieto mi fa, ch'io mi potrei

beato dir s'ella stesse molt'ore.

-

Ma un tremor, da non so che paura

nato, lo scaccia e rompe in mezzo il porto,

ch'aver preso credea, di mia salute;

-

e veggio aperto ch'alcun ben non dura

lunga stagione in questo viver corto,

quantunque possa natural virtute.

-

XXV

- -

Quante fiate per ventura il loco

veggio là dov'io fui da Amore preso,

tanto mi par di nuovo esser acceso

da un desio più caldo assai che 'l foco;

-

e poi che quello ho riguardato un poco

e stato alquanto sovra me sospeso,

dico: «Se tu ti fosse qui difeso,

non sarest'or, per merzé chieder, fioco.

-

Adunque piangi, poi la libertate

avevi nelle man lasciat'hai andare

per donna vaga e di poca pietate».

-

Poi mi rivolgo, e dico che lo stare

subbietto a sì mirabile biltate

è somma e lieta libertate usare.

-

XXVI

- -

«A quella parte ov'io fui prima accesa

del piacer di colui, che mai del core

non mi si partirà, sovente Amore

mi tira, né mi vale il far difesa.

-

Quindi rimiro lui, tutta sospesa,

in giù e 'n su, pregandol, se 'l valore

suo sempre cresca, che 'l vago splendore

mi mostri del mio ben, che m'ha sì presa.

-

Il qual s'avvien che io veggia per grazia,

contenta dentro mi ritraggo un poco,

lodando Iddio, Amore e la fortuna;

-

e mentre che d'averlo visto sazia

esser mi credo, raccender il foco

sento di rivederlo e torno in una».

-

XXVII

- -

Quando s'accese quella prima fiamma

dentro da me, che 'l cor mi munge e arde,

io solia dir talor: «Questa non arde

come suol arder ciascun'altra fiamma;

-

anzi conforta, sospigne e infiamma

a valor seguitar chiunque ella arde:

per che de esser contento, in cui ella arde,

di più fin divenir in cotal fiamma».

-

Ma il cor, già carbon fatto in questo foco,

senza pace sperar, in tristo pianto,

ha mutata sentenzia e chiede morte.

-

E non trovando lei in cotal foco,

ora rovente e or bagnato in pianto,

si sta in vita assai peggior che morte.

-

XXVIII

- -

Misero me, ch'io non oso mirare

gli occhi ne' quali stava la mia pace;

però che, come il ghiaccio si disface

al sol, così mi sento il cor disfare

-

per soverchio disio nel riguardare:

e s'altro miro, tanto mi dispiace,

ch'un gel noioso vienmi, il qual mi face

di morte spesse volte dubitare.

-

Tra questi estremi sto, né so che farmi:

o arder tutto, lor mirando fiso,

o di freddo morire, altro guardando.

-

L'un mi duol men, ma troppo grave parmi

da cui salute spero esser ucciso,

e più duro mi par morir guardando!

-

XXIX

- -

S'io ti vedessi, Amor, pur una volta

l'arco tirar e saettar costei,

forse ch'alcuna speme prenderei

di pace, ancor, della mia pena molta;

-

ma perché baldanzosa, lieta e sciolta

la veggio e te codardo in ver di lei,

non so ben da qual parte i dolor miei

s'aspettin fine, o l'anima ricolta.

-

Ogni suo atto impenna un de' tuo' strali;

che diss'io un? ma cento: e il tuo arco

ognor a trapassar mi par più forte.

-

Vedi ch'io son senz'armi, diseguali

al poter tuo, e, se non chiudi il varco,

l'anima mia, ch'è tua, sen vol'a morte.

-

XXX

- -

Trovato m'hai, Amor, solo e senz'armi

là dove più armato e avveduto

sei, credo, per uccidermi venuto,

col favor di costei, ch'in disertarmi

-

aguzza le saette che passarmi

deono il cor; ma, poi che fia saputo,

certo son, ne sarai da men tenuto

d'aver voluto pur così disfarmi.

-

Poco onor ti sarà, s'io non m'inganno,

ferir, vincer, legar, uccider uno

che far non puote in ver di te difesa.

-

Ma tu, che ad onor rispetto alcuno

non avesti giammai, del mio gran danno

ti riderai, e io m'avrò l'offesa.

-

XXXI

- -

«Che fabrichi? che tenti? che limando

vai le catene, in che tu stesso entrasti»,

mi dice Amore, «e te stesso legasti

senza mio prego e senza mio comando?

-

Che latebra, che fuga vai cercando

di drieto a me, al qual tu obligasti

la fede tua, allor che tu mirasti

l'angelica bellezza desiando?

-

O stolte menti, o animali sciocchi!

poi che t'avrai co' tua inganni sciolto

e volando sarai fuggito via,

-

una parola, un riso, un muover d'occhi,

un dimostrarsi lieto il vago volto

farà tornarti più stretto che pria».

-

XXXII

- -

Pallido, vinto e tutto transmutato

dallo stato primier quando mi vede

la nemica d'amore e di mercede,

nelle cui reti son preso e legato,

-

quasi di ciò che io ho già contato

del suo valor, prendendo intera fede,

lieta più preme il cor che la possede,

indi sperando nome più pregiato.

-

Ond'io stimo che sia da mutar verso,

pur ch'Amor mel consenta, e biasimare

ciò che io scioccamente già lodai.

-

Forse diverrà bianco il color perso,

e per lo non ben dir potrò impetrare,

per avventura, fine alli mia guai.

-

XXXIII

- -

Come in sul fonte fu preso Narcisso

da sé da sé, così costei, specchiando

sé, sé ha preso dolcemente amando.

-

E tanto vaga se stessa vagheggia,

che, ingelosita della sua figura,

ha di chiunque la mira paura,

-

temendo sé a sé non esser tolta.

Quel che ella di me pensi, colui

sel pensi che in sé conosce altrui.

-

A me ne par, per quel ch'appar di fore,

qual fu tra Febo e Danne, odio e amore.

-

XXXIV

- -

Quando poss'io sperar che mai conforme

divegna questa donna a' desir miei?

ch'ancor con prieghi impetrar non potei

dal sonno, mostrator di mille forme,

-

ch'in sogn'almen, dov'ella lascia l'orme

mi dimonstrasse: e contento sarei,

poi ch'io non posso più riveder lei,

che crudel cerca, lasso! in terra porme.

-

Allora certo, quando torneranno

li fiumi a' monti, e i lupi l'agnelle

dagli ovil temorosi fuggiranno.

-

Dunque uccidimi, Amore, acciò che quelle

luci che fur principio del mio danno,

del morir mio ridendo, sien più belle.

-

XXXV

- -

Se quella fiamma che nel cor m'accese

e or mi sface in doloroso pianto,

fosse ver me pietosa pur alquanto,

e del monstrarsi un poco più cortese,

-

ancora spererei trovar difese

alla mia vita, che m'è in odio tanto,

e' sospir grevi rivolger in canto

e poter perdonar le fatte offese.

-

Ma perché, come Febo fuggì Dane,

così costei d'ogni parte mi fugge

e niega agli occhi miei il suo bel lume,

-

troppo invescata in l'amorose pane

la vita mia cognosco che si strugge,

e 'l cor diventa di lagrime fiume.

-

XXXVI

- -

Scrivon alcun Partenopè, sirena

ornata di bellezze e piena d'arte,

aver sua stanza eletta in questa parte

tra il coll'erboso e la marina rena,

-

e qui lasciat'ancor d'età non piena

le membra sua, che or son cener sparte,

e il nome suo in più felice carte

e in questa terra fertile e amena.

-

E com'a le' fu il ciel mite e benigno,

così alle poi nate par che sia:

e io, miser a me, sovente il provo,

-

veggendo bella la nemica mia

vincer ogni mia forza col suo ingegno,

ver me mostrando sempre sdegno novo.

-

XXXVII

- -

Vetro son fatti i fiumi e i ruscelli

gli serra di fuor ora la freddura;

vestiti son i monti e la pianura

di bianca neve e nudi gli arbuscelli,

-

l'erbette morte, e non cantan gli uccelli

per la stagion contraria a lor natura;

Borea soffia, e ogni creatura

sta chiusa per lo freddo ne' sua ostelli.

-

E io, dolente, solo ardo e incendo

in tanto foco, che quel di Vulcano

a rispetto non è una favilla;

-

e giorno e notte chiero, a giunta mano,

alquanto d'acqua al mio signor, piangendo,

né ne posso impetrar sol una stilla.

-

XXXVIII

- -

Pervenut'è, insin nel secul nostro,

che tante volte il cuor di Prometeo

con l'altre parti dentro si rifeo,

di quante se ne pasce un duro rostro;

-

il che parria forse terribil mostro,

se non fesse di me simil trofeo

sovent'Amor, ch'a scriverlo poteo

far del mio lagrimar penna e inchiostro.

-

Io piango, e sento ben che 'l cor si sface;

e allor, quand'egli è per venir meno,

debile, smunto e punto per l'affanno,

-

o Dio! nascoso sento che 'l riface

el mio destin: laonde eterne fieno

le pene che mi disfano e rifanno.

-

XXXIX*

- -

Sì tosto come il sole a noi s'asconde

e l'ombra vien, che 'l suo lume ne toglie,

ogn'animale in terra si racoglie

al notturno riposo, insin che l'onde

-

di Gange rendon con le chiome bionde

al mondo l'aurora, e le lor doglie,

i duri affanni e l'amorose voglie

soave sonno allevia o le confonde.

-

Ma io, come si fa il ciel tenebroso,

sì gran pianto per gli occhi mando fore,

che tant'acqua non versan dua fontane;

-

né dormir, né speranza alcun riposo

posson prestare al mio crudel dolore:

così m'affligge Amor fin la dimane.

-

XL

- -

Chi nel suo pianger dice che ventura

avversa gli è al suo maggior disio,

e chi l'appone scioccamente a Dio,

e chi accusa Amore e chi la dura

-

condizion della donna che, pura,

forse non sente l'appetito rio,

e chi del cielo fa ramarichio,

non conoscendo sé, di sua sciagura.

-

Ma io, dolente, solo agli occhi miei

ogni mia doglia appongo, che fur porte

all'amorosa fiamma che mi sface.

-

Se stati fosser chiusi, ancor potrei

signor di me contrastar alla morte,

la qual or chiamo per mia dolce pace.

-

XLI**

- -

Cesare, poi ch'ebbe, per tradimento

dell'egizian duttor, l'orrate chiome,

rallegrossi nel core, e 'n vista come

si fa qual che di nuovo è discontento.

-

E allora ch'Annibal ebbe 'l presento

del capo del fratel, ch'aveva nome

Asdrubal, ricoprì suo grave some

ridendo alla suo gente, ch'era in pianto.

-

Per somigliante ciascun uom tal volta

per atto allegro o per turbato viso

mostra 'l contrario di ciò che 'l cor sente.

-

Però, s'i' canto e ne dimostro riso,

fo per mostrare a chi mi mira e ascolta

ch'ai dolor gravi i' sia forte e possente.

-

XLII

- -

Se Zefiro omai non disacerba

il cor aspro e feroce di costei,

più mai non spero, per cridar omei,

trovar riposo a la mia pena acerba.

-

Ma, sì com'el rinnova i fiori e l'erba

e piante state morte mesi sei,

così porria far dolc'e verde lei,

pietosa in vista, in fatti men superba.

-

Questa speranza sola ancor mi resta,

per la qual vivo, ingagliardisco e tremo

dubbiando che la morte non me invole.

-

Ond'io, prima che venga al punto estremo,

fortuna prego non me sia molesta

cotanto ai piacer mei quanto la suole.

-

XLIII

- -

L'alta speranza, che li mia martiri

soleva mitigare alcuna volta,

in noiosa fortuna ora rivolta

de' dolci mia pensier fatt'ha sospiri.

-

E gli amorosi e caldi mia desiri,

lacrime divenuti, la raccolta

rabbia per gli occhi fuor dal cor disciolta

-

Oh, s'io potesse creder di vedere

canuta e crespa e pallida colei,

che con isdegno nuovo n'è cagione!

-

Ch'ancor la vita mia di ritenere,

che fugge, a più poter m'ingegnerei,

per rider la cambiata condizione.

-

XLIV

- -

S'egli avvien mai che tanto gli anni miei

lunghi si faccin, che le chiome d'oro

vegga d'argento, ond'io or m'innamoro,

e crespo farsi il viso di costei,

-

e cispi gli occhi bei, che tanto rei

son per me lasso, e il caro tesoro

del sen ritrarsi, e il suo canto sonoro

divenir roco, sì com'io vorrei:

-

ogni mio spirto, ogni dolore e pianto

si farà riso, e pur sarò sì pronto,

ch'io dirò: «Donna, Amor non t'ha più cara,

-

più non adesca il tuo soave canto,

pallid'e vizza non sei più in conto:

ma pianger poi l'essere stata avara».

-

XLV

- -

«O iniquo uomo, o servo disleale,

di che ti duol? di che vai lagrimando?

di che Amor e me vai biasimando

quasi cagion del tuo noioso male?

-

Qual arco apers'io mai, o quale strale

ti saettai? quai prieghi, o dove, o quando

ti fur fatti per me, che, me amando,

mi dessi il cor, di cui sì or ti cale?

-

Pregastu me, e sconiurasti Amore

ch'io t'avessi per mio: qual dunque inganno,

qual crudeltà t'è fatta? del mio onore

-

mi cal più troppo che del tuo affanno».

Così Fiammetta par talor nel core

mi dica; ond'io mi doglio e hommi il danno.

-

XLVI

- -

Quante fiate indrieto mi rimiro

e veggio l'ore e i giorni e i mesi e gli anni

ch'io ho perduto seguendo gl'inganni

della folle speranza e del desiro,

-

veggio il pericol corso e il martiro

sofferto invan in gli amorosi affanni,

né trovar credo chi di ciò mi sganni,

tanto ne piango e contro a me m'adiro.

-

E maledico il dì che prima vidi

gli occhi spietati, che Amor guidaro

pe' miei nel cor, che lasso e vinto giace.

-

O crudel morte, perché non m'uccidi?

Tu sola puoi il mio dolor amaro

finire e pormi forse in lieta pace.

-

XLVII

- -

Se io potessi creder ch'in cinqu'anni,

ch'egli è che vostro fui, tanto caluto

di me vi fosse, che aver saputo

il nome mio voleste de' mia danni

-

per ristorato avermi, de' mia affanni

potrei forse sperare ancora aiuto;

né mi parrebbe il tempo aver perduto

a condolermi de' mia stessi inganni.

-

Ma poi che gli è così, come sperare

posso merzé? come fin all'ardore,

che, quanto meno spero, è più cocente?

-

So si dovria cotal amor lasciare;

ma, non potendo, moro di dolore,

cagion essendo voi del fin dolente.

-

XLVIII

- -

Dice con meco l'anima tal volta:

«Come potevi tu già mai sperare

che dove Bacco può quel che vuol fare,

e Cerere v'abbonda in copia molta,

-

e dove fu Partenopè sepolta,

ov'ancor le sirene uson cantare,

amor, fede, onestà potesse stare

o fosse alcuna santità raccolta?

-

E s'tu 'l vedevi, come t'occuparo

i fals'occhi di questa, che non t'ama,

e la qual tu con tanta fede segui?

-

Destati omai, e fuggi il lito avaro,

fuggi colei che la tua morte brama.

Che fai? che pensi? ché non ti dilegui?».

-

XLIX

- -

Son certi augei sì vaghi della luce,

ch'avendogli la notte già riposti

nel lor albergo e dentro a sé nascosti,

desti da picciol suono, ove traluce

-

quantunque picciol lume, gli conduce

il desio d'esso; al qual seguir disposti,

dove diletto cercan, ne' sopposti

lacci sottentron drieto al falso duce.

-

Lasso, così sovente m'addiviene,

ché, dove io sento dal voler chiamarmi

drieto a' begli occhi e falsi di costei,

-

presto vi corro, e da nuove catene

legar mi veggio onde di scaprestarmi,

stolto, speravo per rimirar lei.

-

L

- -

L'obscure fami e i pelagi tirreni,

e pigri stagni e li fiumi correnti,

mille coltella e gl'incendi cocenti,

le travi e i lacci e 'nfiniti veneni,

-

l'orribil rupi e' massi, e' boschi pieni

di crude fere e di malvagie genti,

vegnon, chiamate da' sospir dolenti,

e mille modi da morire obsceni.

-

E par ciascun mi dica: «Vienne, ch'io

son per iscaprestarti in un momento

da quel dolor nel quale Amor t'invischia».

-

Ond'io a molti incontro col desio

talor mi fo, com'uom che n'ho talento;

ma poi la vita trista non s'arrischia.

-

LI

- -

Le lagrime e i sospiri e il non sperare

a quelle fine m'han sì sbigottito,

ch'io me ne vo per via com'uom smarrito:

non so che dire e molto men che fare.

-

E quand'avvien che talor ragionare

oda di me (ché n'ho tal volta udito),

del pallido color e del partito

vigore e del dolor che di fuor pare,

-

una pietà di me stesso mi viene

sì grande, ch'io desio di dir piangendo

chi sia cagion di tanto mio martiro.

-

Ma poi, temendo non aggiugner pene

alle mia noie, tanto mi difendo,

ch'io passo in compagnia d'alcun sospiro.

-

LII

- -

Se mi bastasse allo scriver l'ingegno

la mirabil bellezza e 'l gran valore

di quella donna, a cui diede il mio core

Amor, della mia fede eterno pegno,

-

e ancora l'angoscia ch'io sostegno

o per lo suo o per lo mio errore,

veggendo me della sua grazia fore

esser sospinto da crudele sdegno:

-

io mostrerrei assai chiaro e aperto

che 'l pianger mio e 'l mio esser ismorto

maraviglia non sia, ma ch'io sia vivo.

-

Ma poi non posso, ciaschedun sia certo

ch'egli è assai maggiore il duol ch'io porto,

che 'l mio viso non monstra e ch'io non scrivo.

-

LIII

- -

Dentro dal cerchio, a cui intorno si gira

* * * * * * * * * * * * * * *

- -

LIII bis

- - -

Quanto etc..

* * * * * * * * * * * * * * *

-

LIV

- -

Così ben fusse inteso il mio parlare,

come l'intende i caldi sospir mei;

ché, ben ch'io viva in pianti acerbi e rei,

un gioco mi parrebbe a lacrimare.

-

Ma s'io potesse alquanto dichiarare

l'animo mio doglioso a chi vorrei,

son certo che poche ore viverei

fra tante angosce e tante pene amare.

-

Io farei quei begli occhi pietosi,

che, quando lacrimando a lor m'inchino,

non mi sarebbon fieri e disdegnosi.

-

Ond'io prego il mio fato e il mio destino

che porgan qualche luce a' tenebrosi

spirti che hanno a far sì alto camino.

-

LV

- -

Fuggano i sospir mei, fuggasi il pianto,

fugga l'angoscia e fuggasi el disio

che auto ho di morir; vada in oblio

ciò che contra ad Amor già pensai tanto;

-

torni la festa, torni el riso e 'l canto,

torni gli onor devuti al signor mio,

li meriti del qual han fatto ch'io

aggia la grazia bramata cotanto.

-

Lo sdegno, el qual a torto me negava

el vago sguardo degli occhi lucenti,

coi qual Amor mi prese, è tolto via;

-

e quel saluto, ch'io più desiava,

con umil voce e con atti piacenti

pur testé mi rendé la donna mia.

-

LVI

- -

Se quel serpente che guarda il tesoro,

del qual m'ha fatto Amor tanto bramoso,

ponesse pur un poco el capo gioso,

io crederrei con un sottil lavoro

-

trovar al pianto mio alcun ristoro:

né in ciò sarebbe il mio cor temoroso,

come che già, in punto assai dubbioso,

già mi negasse il promess'adiutoro.

-

Ma pria Mercurio chiuderà que' d'Argo

cantando di Siringa, che 'n que' due

io possa metter sonno col mio verso;

-

e prima nelle lagrime ch'io spargo

morendo adempierò le voglie tue,

crudel Amor, ver me fiero e perverso!

-

LVII

- -

Qualor mi mena Amor dov'io vi veggia,

ch'assai di rado avvien, sì cara siete,

l'anima, piena d'amorosa sete,

come la luce vede, che lampeggia

-

da' bei vostri occhi, nel pensier vaneggia,

quello sperando ch'ancor non volete,

— ciò è saziarsi, e, come voi vedete,

di mirarvi — focosa, vi vagheggia.

-

E, com'è stolto il mio vago pensiero,

là ond'io credo refrigerio avere,

accese fiamme attingo a mill'a mille;

-

ma come cuocan non sento, nel vero,

mentre egli avvien ch'io vi possa vedere:

ma poi, partito, m'ardon le faville.

-

LVIII

- -

Amor, se questa donna non s'infinge,

la mia speranza al suo termine viene,

perciò che ogni volta ch'egli avviene

che tu o forza di destin mi spinge

-

dov'ella sia, così 'l viso dipinge

di pallidezza subita e non tiene

le luci ferme, ma di desio piene

ora ver me l'allarga e or le stringe;

-

e sì vinta si monstra dai sospiri,

che 'n vista par che sol prieghi per pace,

contenta ch'io in tale atto la miri.

-

Io che farò, che nella tua fornace

ardo, premuto da mille desiri?

Non arderò, poi veggio che le piace?

-

LIX

- -

Non deve alcuno, per pena soffrire,

quanto che 'l tempo paia longo o sia,

gittar del tutto la speranza via

o stoltamente cercar di morire:

-

ché un'ora sola può sopravenire,

la qual discaccia onne fortuna ria

e sì consola altrui, che l'omo oblia

danno e dolor e fatica e martire.

-

E io el so, el qual già longamente

chiesi mercé con doloroso pianto

agli occhi bei, che già fur dispiatati;

-

e, non sperando ciò, subitamente

Amor i mie' suspir rivolse in canto,

e sento la letizia di beati.

-

LX

- -

Chi che s'aspetti con piacer i fiori

e di verde le piante rivestire

e per le selve gli uccelletti udire

cantando forse i lor più caldi amori,

-

io non son quel; ma, com'io sento fuori

zefiro e veggio il bel tempo venire,

così m'attristo, e parmi allor sentire

nel petto un duol, il qual par che m'accuori.

-

E è di questo Baia la cagione,

la qual invita sì col suo diletto

colei che là s'emporta la mia pace,

-

che non mel fa alcun'altra stagione;

e che io vadia là mi è interdetto

da lei, che può di me quel che le piace.

-

LXI

- -

Intra 'l Barbaro monte e 'l mar Tirreno

sied'il lago d'Averno intorniato

da calde fonti, e dal sinistro lato

gli sta Pozzuolo e a destro Miseno;

-

il qual sent'ora ogni suo grembo pieno

di belle donne, avendo racquistato

le frondi, la verdura e 'l tempo ornato

di feste, di diletto e di sereno.

-

Questi con la bellezza sua mi spoglia

ogn'anno, nella più lieta stagione,

di quella donna ch'è sol mio desire.

-

A sé la chiama, e io, contra mia voglia,

rimango senza il cuore, in gran quistione

qual men dorriemi, il viver o 'l morire.

-

LXII

- -

Toccami 'l viso zefiro tal volta

più che l'usato alquanto impetuoso,

quasi se stesso allora avesse schiuso

dal cuoi' d'Ulisse, e la catena sciolta.

-

E poi ch'è l'alma tutta in sé raccolta,

par ch'e' mi dica: «Leva il volto suso;

mira la gioia ch'io, da Baia effuso,

ti porto in questa nuvola rinvolta».

-

Io lievo gli occhi, e parmi tanto bella

veder madonna entr'a quell'aura starse,

che 'l cor vien men sol nel maravigliarse.

-

E, com'io veggio lei più presso farse,

lievomi per pigliarla e per tenella:

e 'l vento fugge, e essa spare in quella.

-

LXIII

- -

E Cinzio e Caucaso, Ida e Sigeo,

Libano, Sena, Carmelo e Ermone,

Athos, Olimpo, Pindar, Citerone,

Aracinto, Menalo, Ismo e Rifeo,

-

Etna, Pachin, Peloro e Lilibeo,

Vesevo, Gaur, Massich'e Caulone,

Apennin, l'Alpi, Balbo e Borione,

Atlante, Abila, Calpe e Pireneo,

-

o qualunqu'altro monte, ombre giammai

ebber cotanto grate a' lor pastori,

quant'a me furon quelle di Miseno:

-

nelle quai sì benigno Amor trovai,

che refrigerio diede a' mia ardori

e ad ogni mia noia pose freno.

-

LXIV

- -

Colui per cui, Misen, primieramente

foste nomato, cui cenere ancora

sparte nella tua terra fan dimora

e faran, credo, perpetualmente,

-

facea trombando inanimar la gente

e ad arme e a guerra, d'ora in ora,

e de' legni d'Enea di poppa in prora

batter il mar co' remi virilmente.

-

Ma tu di pace e d'amor e di gioia

sei fatto grembo e dilettoso seno,

degno d'eterno nome e di memoria.

-

Ben lo so io, ch'in te ogni mia noia

lasciai, e femmi d'allegrezza pieno

colui ch'è sire e re d'ogni mia gloria.

-

LXV

- -

Se io temo di Baia e il cielo e il mare,

la terra e l'onde e i laghi e le fontane

e le parti domestiche e le strane,

alcun non se ne dee maravigliare.

-

Quivi s'attende solo a festeggiare

con suoni e canti, e con parole vane

ad inveschiar le menti non ben sane,

o d'amor le vittorie a ragionare.

-

E havvi Vener sì piena licenza,

che spess'avvien che tal Lucrezia vienvi,

che torna Cleopatra allo suo ostello.

-

E io lo so, e di quinci ho temenza,

non con la donna mia sì fatti sienvi,

che 'l petto l'aprino e intrinsi in quello.

-

LXVI

- -

Ben che si fosse, per la tuo partita,

l'alta speranza, la qual io prendea

de' tuo' vaghi occhi, qualor gli vedea,

giovine bella, quasi che fuggita,

-

pur sostenea la deboletta vita

un soave pensier, che mi dicea,

quando di ciò co' meco mi dolea:

«Tosto sarà omai la suo reddita!»

-

Ma ciò mai non avene, e me partire

or convien contra grado, né speranza

di mai vederti mi rimane alcuna.

-

Onde morrommi, caro mio disire,

e piangerò, il tempo che mi avanza,

lontano a te, la mie crudel fortuna.

-

LXVII

- -

Poscia che gli occhi mia la vaga vista

hanno perduta, il cui lieto splendore

ciaschedun mio desir caldo d'amore

facea contento in questa valle trista,

-

dove più noia chi più vive acquista,

non curo omai se del dolente core,

alma, ten vai, perciò che 'l mio dolore

non regolerà mai discreto artista.

-

Anzi ten va, ch'io, che solea cantare,

non vo' pascer l'invidia di coloro

a' quai doler solea la mia letizia.

-

Vatten adunque omai, non aspettare

d'esser cacciata, e altrove ristoro

prendi, se puoi, di questa mia trestizia.

-

LXVIII

- -

Deh, quanto è greve la mie sventura

e mobile più ch'altro il viver mio!

Io piango spesso con tanto disio

quant'alcun rida: e mentre il pianto dura,

-

vien nella mente mia quella figura

che più ch'altro mi piace, sallo Iddio.

Quivi col lieto aspetto vago e pio

conforta 'l core e l'alma rassicura,

-

dicendo cose, ch'ogni spiritello

smarrito surge lieto e pien d'amore,

e me fan più ch'alcun altro contento.

-

Di quinci nasce chi dal viso bello

mi mostra esser lontano, onde 'l dolore

torna più fier che prima per un cento.

-

LXIX

-

Contento quasi ne' pensier d'amore,

soletto un giorno in essi dimorava,

immaginando il suo alto valore;

-

e, mentre dolcemente più pensava,

Amor m'apparve con gioioso aspetto,

ver me dicendo: «Qual pensier ti grava?

-

Non istar qui, ch'amoroso diletto

ti mosterrò, se tu mi seguirai,

di belle donne in fresco giardinetto».

-

Allora in piedi ritto mi levai,

seguendo lui, che diritto sen gio

in un giardin dilettevole assai.

-

Lasciommi quivi, e disse: «Mentre ch'io

a tornar penerò, fa che m'aspetti»;

e volando da me si dipartio.

-

Ma e' non stette guari, ch'io vedetti

lui ritornar con dodici donzelle

gaie, leggiadre e con gentili aspetti.

-

Tutte eran fresche, dilicate e belle,

d'erbe e di frondi verdi coronate,

negli occhi lor lucenti più che stelle.

-

Tutte danzando venieno ordinate

su un bello prato d'erbette e di fiori,

nel qual danzando Amor l'avea menate.

-

Fessi ver me Amor: «Tu, che di fori

della danza dimori, riguardando

ne' belli occhi a costoro i miei ardori,

-

odile nominare, sì che quando

forse sarai di fuor da questo loco,

d'onorarle disii per mio comando.

-

Tra l'altre, che più guarda il nostro foco

con senno e con virtù, costei è quella,

allato a cui con allegrezza gioco.

-

Di Giachinotto monna Itta s'appella,

de' Tornaquinci, e Meliana è colei,

di Giovanni di Nello, ch'è dop'ella.

-

E la Lisa e la Pechia, che con lei

vengono appresso, amendune figliuole

di Rinier Marignan son saper dei.

-

A nostra danza quinta è il tuo sole,

cioè quella Fiammetta, che ti diede

con la saetta al cor, ch'ancor ti dole.

-

Ell'è più bella ch'altra, ma nol crede

chi non riguarda lei con gli occhi tuoi,

però che tanto avanti alcun non vede.

-

E la bella lombarda segue poi,

monna Vanna chiamata, e, se tu guardi,

nulla più bella n'è con essonoi.

-

Di Filippozzo Filippa de' Bardi

seguita bella, e poi monna Lottiera

di Neron Nigi con soavi sguardi.

-

La Vanna di Filippo, Primavera

da tal conosci tu degna chiamata,

vedila poi seguir nostra bandiera.

-

Allato allato a lei vedi onorata

Sismonda di Francesco Baroncelli,

e poi, appresso lei, accompagnata

-

Niccolosa è di Tedice Manoelli

insieme appresso con Bartolomea

di Giovanni: Beatrice cre' s'appelli.

-

E ben che 'n fine della danza stea,

non è men bella, ma vien per riscossa,

come tu vedi»; e io ben lo vedea.

-

Tacquesi allora, e la danza fu mossa

sopra bei fiori e sotto verde fronda,

che a' raggi solar toglieva possa.

-

Onde ciascuna di quella gioconda

e bella danza, gaia e leggiadretta,

a cantar cominciò, come seconda,

-

questa leggiadra e bella canzonetta:

-

LXX

- -

«Amor, dolce signore,

che hai il nostro core

in tua balia, per Dio, fanne contente.

-

Tu se' nostro signor caro e verace,

e noi così volemo;

tu se' colui che ne può render pace

nel gran disio ch'avemo:

però quanto potemo

preghian tua signoria

che 'nver di noi si porti umilemente.

-

Noi siam qui giovinette, e tu 'l ti sai,

che poca di grevezza,

che noi sentiam, ci par sentire assai;

però la tua grandezza

a chiunque la sprezza,

signor, falla sentire,

ch'a noi non cal, che siam tue veramente.

-

Fa sentire a coloro il tuo valore,

che si fanno chiamare

inamorati sanza farti onore:

ché, se tu fai provare

lor quanto tu puoi fare,

saranno inamorati,

e noi ti loderem più degnamente.

-

Noi ardiam tutte per la tua virtute

nel tuo cocente foco.

Per Dio, mercé; deh, donaci salute

anzi che mutiam loco,

ché già a poco a poco

per te ci consumiamo,

se tu non ci soccorri tostamente.

-

Fa, signor nostro, gli animi pietosi

degli nostri amadori;

raffrena alquanto i lor atti orgogliosi

con più aspri dolori

che non hanno ne' cori,

sì che la nostra pena

e' provi come noi chi non la sente.

-

Entra en gli orecchi qui, ballata, avanti

ad Amor nostro siri,

e, come tu pietosamente canti

i nostri aspri martiri,

fa che pregando il giri

a darci tosto gioia,

prima che ei n'uccida crudelmente».

-

LXXI*

- -

L'aspre montagne e le valli profonde,

i folti boschi e l'acqua e 'l ghiaccio e 'l vento,

l'alpi selvagge e piene di spavento,

e de' fiumi e de' mar le torbid'onde,

-

e qualunqu'altra cosa più confonde

il pover peregrin, che mal contento

da' sua s'allunga, non ch'alcun tormento

mi desser, tornand'io, ma fur gioconde:

-

tanta dolce speranza mi recava,

spronato dal desio di rivederti

qual ver me ti lasciai, donna, pietosa.

-

Or, oltra quel che io, lasso, stimava,

truovo mi sdegni, e non so per quai merti:

per che piange nel cor l'alma dogliosa.

-

E maledico i monti, l'alpi e 'l mare,

che mai mi ci lasciaron ritornare.

-

LXXII

- -

Perir possa il tuo nome, Baia, e il loco,

boschi selvaggi le tua piagge sieno,

e le tue fonti diventin veneno,

né vi si bagni alcun molto né poco:

-

in pianto si converta ogni tuo gioco,

e suspetto diventi el tuo bel seno

a' naviganti: il nuvolo e 'l sereno

in te riversin fumo, solfo e fuoco;

-

ché hai corrotto la più casta mente

che fosse 'n donna, con la tua licenza,

se 'l ver mi disser gli occhi non è guari;

-

laond'io sempre viverò dolente,

come ingannato da folle credenza:

or foss'io stato cieco non ha guari!

-

LXXIII

- -

O miseri occhi miei più ch'altra cosa,

piangete omai, piangete, e non restate:

voi di colei le luci dispietate

menasti pria nell'anima angosciosa,

-

ch'ora disprezza; voi nell'amorosa

pregion legaste la mia libertate;

voi col mirarla più raccendevate

il cor dolente, ch'or non truova posa.

-

Dunque piangete, e la nemica vista

di voi spingete col pianger più forte,

sì ch'altro amor non possa più tradirvi.

-

Questo desia e vuol l'anima trista,

perciò che cose grave più che morte

l'ordisti già incontro nel seguirvi.

-

LXXIV

- -

Cader postù in que' legami, Amore,

ne' quai tu n'hai già molti aviluppati;

rotte ti sien le braccia e ispuntati

gli artigli e l'ali spennate e 'l vigore

-

tolto, e la deità tua sia 'n orrore

a quei che nasceran e che son nati,

e sianti l'arco e gli strali spezzati,

e il tuo nome sia sempre Dolore:

-

bugiardo, traditore e disleale,

frodolente, assassin, ladro, scherano,

crudel tiranno, spergiuro, omicida;

-

ché dopo il mio lungo servire invano

mi proponesti tal, ch'assai men vale:

caggia dal ciel saetta che t'occida.

-

LXXV

- -

I' non ardisco di levar più gli occhi

inverso donna alcuna,

qualora i' penso quel che m'ha fatt'una.

-

Nissuno amante mai con fermo core

o con puro volere

donna servì, com'io servia costei;

e quando più fedele al suo valore

credia merito avere,

giovane novo fé signor di lei.

Ond'io bassando gli occhi dico: «Omei!

Non ne mirar nissuna,

ché come questa forse inganna ognuna».

-

LXXVI

- -

Non so qual i' mi voglia,

o viver o morir, per minor doglia.

-

Morir vorre', ché 'l viver m'è gravoso,

veggendomi per altri esser lasciato;

e morte non vorre', ché, trapassato,

più non vedrei 'l bel vis'amoroso,

per cui piango, invidioso

di chi l'ha fatto suo e me ne spoglia.

-

LXXVII

- -

Il fior, che 'l valor perde

da che già cade, mai non si rinverde.

-

Perduto ho il valor mio,

e mia bellezza non serà com'era:

però ch'è 'l van disio,

chi perde il tempo e acquistarlo spera;

io non son primavera,

che ogni anno si rinnova e fassi verde.

-

Io maledico l'ora

che 'l tempo giovenil fuggir lassai;

fantina essendo ancora,

esser abbandonata non pensai:

non se rallegra mai

chi 'l primo fior del primo amore perde.

-

Ballata, assai mi duole

che a me non lice di metterti in canto;

tu sai che 'l mio cor vole

vivere con sospiri, doglia e pianto:

così farò fin tanto

che 'l foco di mia vita giugna al verde.

-

RICCIO BARBIERE A MESSER GIOVANNI BOCCACCIO

- -

S'io avesse più lingue che Carmente

non ebbe, o fosse Apollo in me inchiuso,

sarebbe el sole nell'Orion rinchiuso

più d'una volta, del nostro oriente,

-

che io potesse dire enteramente

vostra magnificenza a moderno uso:

ond'io però di ciò a voi mi scuso

a guisa ch'al maestro fa el discente.

-

Ma più del dubbio ha presso lo 'ntelletto,

il qual di vera luce più m'affosca,

che non fa la nebbia verde lama.

-

Se uom può più amar che non conosca

e se conoscer può più che non ama,

come da voi per altra volta è detto,

-

da voi siami chiarito con effetto.

-

LXXVIII

RISPOSTA A RICCIO BARBIERE

- -

Allor che 'l regno d'Etiopia sente

il rodopeo cristallo esser deluso,

e de' sui ogni serpe leva el muso,

surge a' mortali un nobile ascendente,

-

del qual fé la Sidonia dolente

pruove, al parlar, che sai, alto e diffuso;

non Pompeo Magno, Giuba o il nobil Druso

videro el ciel mai oprare altrimente.

-

Però, se ben ti recherai al petto,

con quale ago vedrai punga la mosca

di ciò che 'l tuo disio sì caldo brama.

-

Vedrai ancora che la gente tosca

risponder sappia quand'altri la chiama,

e per rampogna rendere un sonetto:

-

ben ch'arte non sia a te qual l'intelletto.

- -

SONETTO DI SER CECCO DI MELETTO DE' ROSSI DA FORLÌ MANDATO A MESSER FRANCESCO PETRARCA, A MESSER LANCILLOTTO ANGUISSOLA, A MAESTRO ANTONIO DA FERRARA E A MESSER GIOVANNI BOCCACCIO

- -

Voglia il ciel, voglia pur seguir l'editto

che imposto fu da prima alli ampi giri,

e rote intorno l'orbe con quei spiri

che giungon li elementi e 'l centro inscritto:

-

ch'è per servar quello antico rescritto,

o che l'armata man ver noi s'adiri

di Giove fulminando, o qual s'ammiri

di tenebre lunare el sol trafitto.

-

Non è alcun che si cuopra alle saette

avvelenate che 'l bel viver fura,

sì che l'uman valor fra i bruti mette;

-

e radi son, che con la mente pura

conosca il suo Fattore o sue vendette:

ma Lui non val parlar con lingua scura.

-

Le stelle erranti osservan lor viaggio,

né noi costringe a seguitar suo raggio.

-

RISPOSTA DEL PETRARCA

- -

Perché l'eterno moto sopraditto

ciascun pianeto in sé rapido tiri,

divis'in parte per li moti giri,

sì come scrive il gran dottor d'Egitto:

-

né per combustion d'alcun, che vitto

sia dai raggi delli accesi ardiri

di febo che sostenne li martiri

da sua sorella opposta al corso dritto:

-

nessun sarà, se Iddio non gliel permette,

che attento e fiso guardi la figura

del cielo adorno delle luci elette;

-

nel qual si può notar quanto sicura

e ferma nostra vita star s'aspette

nel fragil mondo opposto a sua natura.

-

Se l'intelletto umano è prode e saggio,

corso di stella non può farli oltraggio.

-

RISPOSTA DI MESSER LANCILLOTTO ANGUISSOLA

- -

Alzi lo 'ngegno ogn'uom con quello amitto

che aver conviensi ai valorosi viri,

e l'un pianeto né l'altro martiri

o nòi natura in quanto ha Dio prescritto.

-

El ciel sue leggi osservi circumscritto:

non si dimostri tal che l'uom sospiri,

non forse oltra il certo ordin circumspiri

l'ira di Dio, come fé già in Egitto.

-

L'umane gregge dal temer constrette,

non però di veder mente matura,

dal vizio con ragion tornan corrette,

-

però che par sol di virtù misura;

ma contra conscienza si commette

e, riposato il ciel, sen va paura.

-

Così per entro uno scuro e un raggio

ci porta arbitrio a pace e a dannaggio.

-

RISPOSTA DI MAESTRO ANTONIO DA FERRARA

- -

El cielo e 'l firmamento suo sta dritto

e guarda le sue rote che nol tiri

fora di corsi naturali e viri,

per osservar quel che de lui è ditto.

-

Se 'l movimento suo fosse raffitto,

la luna, el sol e altri suoi zaffiri,

dove conven che l'universo miri,

darebber passione al mondo afflitto.

-

L'umane genti son fatte sì strette,

che de virtù e cortesia non cura,

e poco attende quel ch'egli 'mpromette.

-

Offende al suo Fattor e sua figura,

con gli altri bruti, del mal che commette:

però l'eterna pena lor matura.

-

Le stelle son de sì alto legnaggio,

che nostra colpa li fa far oltraggio.

-

LXXIX

RISPOSTA DI MESSER GIOVANNI BOCCACCIO

- -

L'antiquo padre, il cui primo delitto

ne fu cagion di morte e di sospiri,

pose assai poco modo ai suoi desiri,

essendo stato pur allor descritto.

-

Ma quel ritroso popul, che d'Egitto

non senza affanno uscì dopo i martiri,

ben ch'ei vedessi mille fatti miri,

rade volte seguì consiglio dritto.

-

Per che, noi se delle cose elette

più lontan siamo, seguitar misura

del ciel men grava all'anime perfette.

-

E, ben che spesso semplice paura

solare eclisse o squarciar nuvolette

faccia, chi 'l sente poco se ne cura.

-

Quel che morì per trarne di servaggio

mercé n'avrà per lo cammin selvaggio.

- -

REPLICA DI SER CECCO DI MELETTO A MESSER GIOVANNI BOCCACCIO

- -

Quando redire al nido fu disditto

a Giulio Cesar, perché fur deliri

gli padri col Senato e gli altri siri,

volse prima mostrar l'amar conflitto

-

el ciel perfidioso, stando pitto

di fiamme rogge e d'ardenti papiri

di terribil comete, e i color niri

alla solar quadriga porse amitto.

-

Similmente fé sua luce scura

anzi che Bruto l'arme avesse strette

contra il sangue cesareo; e l'ampie mura

-

tuttor cascar si vede, con le vette

dell'alte torri sparse alla pianura,

per terremoti o vive folgorette.

-

Dunque ha ben pien di furia suo coraggio

chi non paventa natural dannaggio.

-

LXXX*

- -

«L'arco degli anni tuoi trapassat'hai,

cambiato il pelo e la virtù mancata,

di questa tuo picciola giornata

già verso 'l vespro camminando vai;

-

buono è adunque amor lasciare omai,

e a pensar dell'ultima posata»

dice l'anima seco, innamorata,

qualor punta è da non usati guai.

-

Ma come l'ombra vede di colei,

non vo' dir gli occhi, che nel mondo venne

per dar sempre cagione a' sospir miei,

-

così all'alto vol si trae le penne,

e' passi volge tutti a seguir lei,

come fé già quando me' si convenne.

-

LXXXI

AD ANTONIO PUCCI

- -

Due belle donne nella mente Amore

mi reca spesso, l'una delle quali

è di bellezze e di virtute eguali

e l'altra un poco di tempo maggiore.

-

Ma del vestir di ciascuna 'l colore

in abito la mostra diseguali,

per che mi dice parole cotali,

qual udirai appresso, 'l mio signore:

-

«Questa leggiadra e gaia giovinetta

pulzella è veramente; e l'altra poi,

di brun vestita, vedova dimora.

-

Ma perché amar non possonsi a un'ora,

l'una convien ti sia donna per noi:

tosto dì quale amar più ti diletta.»

-

In ciò da me non so prender consiglio;

però ricorro a te: dimmi qual piglio.

-

RISPOSTA D'ANTONIO PUCCI

- -

Tu mi se' intrato sì forte nel core

con le tue dolci rime naturali,

che tutti i mie' disiri temporali

son di servirti e non d'altro tenore.

-

Ben ch'io d'ogn'esser sia di te minore,

com'io saprò così ti dirò «Sali»,

poiché Amor di sì fatti segnali

ti dice «Piglia qual ti par migliore».

-

Se 'nnanzi ch'e' sospinga la saetta

ti dà le prese ne' diletti toui,

prendi 'l vantaggio e a poter l'onora.

-

Chi di fanciulla vergine innamora

con dubbio segue gli sembianti suoi,

però che rado attien quel che prometta.

-

Onde io ti dico, come a padre figlio,

che per la vedova abbandoni il giglio.

-

LXXXII

- -

Dietro al pastor d'Ameto alle materne

ombre scendea quel che ad Agenòre

furtò la figlia, quella il cui valore

nei mur troiani ancora si discerne,

-

quando tal donna, quale ad Oloferne

con tristo augurio si arse il fero core,

m'apparve, accesa con quello splendore

ch'è terza luce nelle rote eterne.

-

E femmi tal, vezzosa riguardando,

qual fé Cupido la figlia di Belo,

stando ella attenta e Enea ragionando.

-

Laond'io ardo, e ardendo del gelo

che sentì Biblis temo, imaginando

che 'l vestir bruno e il candido velo

-

non la faccia crudel ovvero onesta,

oltre el disio che per lei mi molesta.

-

LXXXIII

- -

S'io veggio il giorno, Amor, che mi scapestri

de' lacci tua, che sì mi stringon forte,

vaga bellezza né parole accorte

né alcun altri mai piacer terrestri

-

tanto potranno, ch'io più m'incapestri

e mi rimetta nelle tua ritorte:

avanti andrò, fin che venga la morte,

pascendo l'erbe per gli luoghi alpestri.

-

Tu m'hai il cibo, il sonno e il riposo

e il parer uom fra gli altri e il pensiero

tolto, che io di me aver devrei,

-

e ha'mi fatto del vulgo noioso

favola divenire; ond'io dispero

mai poter ritrovar quel ch'io vorrei.

-

LXXXIV

- -

Sì fuor d'ogni pensier, nel qual ragione

passeggi o stia, seguendo l'appetito

è il mio folle pensier del tutto uscito,

che paura nol può né riprensione,

-

né ancora colei che n'è cagione,

avendo il suo bel viso assai seguito,

ritrar dal corso, nel quale smarrito

corro all'ultima mia destruzione.

-

Così fa, lasso, negli anni migliori

il creder troppo al fervente desio

e l'invescarsi in le reti d'amore;

-

che, quando vuol, non può poi degli errori

disvilupparsi il misero, che Dio

e sé offende, e vive male e muore.

-

LXXXV

- -

Quand'io riguardo me, vie più che 'l vetro

fragile, e gli anni fuggir com'il vento,

sì pietoso di me meco divento,

che dir nol porria lingua non che metro,

-

piangendo il tempo, ch'ho lasciat'arietro

mal operato, e prendendo spavento

de' casi, i quai talora a cento a cento

posson del viver tormi il cammin tetro.

-

Né mi può doglia, per ciò, né paura

la vaga donna trarmi della mente,

dov'Amor disegnò la sua figura.

-

Per che, s'io non m'inganno, certamente

la fine a quest'amor la sepultura

darà, e altro no, ultimamente.

-

LXXXVI

- -

Ipocrate, Avicenna o Galieno,

diamante, zafir, perla o rubino,

brettonica, marrobbio o rosmarino,

psalmo, evangelio e orazion vien meno;

-

piova né vento, nuvol né sereno,

mago né negromante né indovino,

tartaro né giudeo né saracino,

né povertà né doglia, ond'io son pieno,

-

poteron mai del mio petto cacciare

questo rabbioso spirito d'amore,

ch'a poco a poco alla morte mi tira.

-

Ond'io non so che mi debba sperare;

e ei d'ogn'altro affan mi caccia fuore,

e, come vuol, m'affligge e mi martira.

-

LXXXVII

- -

S'Amor, li cui costumi già molt'anni

con sospiri infiniti provat'hai,

t'è or più grave che l'usato assai,

perché, seguendol, te medesmo inganni,

-

credendo trovar pace tra gli affanni?

perché da lui non ti scavresti omai?

perché nol fuggi? e forse ancor avrai,

libero, alcun riposo de' tua danni.

-

Non si racquista il tempo che si perde

per perder tempo, né mai lagrimare

per lagrimar restette, com'uom vede.

-

Bastiti ch'ad Amor il tempo verde,

misero, desti, e ora, ch'a imbiancare

cominci, di te stesso abbia mercede.

-

LXXXVIII

- -

Grifon, lupi, leon, bisce e serpenti,

draghi, leopardi, tigri, orsi e cinghiari,

disfrenati cavai, tori armentari,

rabbiosi can, tempeste e discendenti

-

folgori, tuoni, impetuosi venti,

ruine, incendi, scherani e corsari,

discorridori armati e sagittari

soglion fuggir le paurose genti:

-

ma io, che non son tal, perché discerno

com'orribil fuggirmi a chi non torna,

fuggita, se non vede dipartirme?

-

forse son io el diavol dell'inferno?

e crederre'l s'io avessi le corna,

poi che così a costei veggio fuggirme!

-

LXXXIX

- -

Poco senn'ha chi crede la Fortuna

o con prieghi o con lacrime piegare,

e molto men chi crede lei fermare

con senno, con ingegno, o arte alcuna.

-

Poco senn'ha chi crede atar la luna

a discorrer il ciel per suo sonare,

e molto men chi ne crede portare,

morendo, seco l'or che qui raguna.

-

Ma più ch'altri mi par matto colui

ch'a femina, qual vogli, il suo onore,

sua libertà e la vita commette.

-

Elle donne non son, ma doglia altrui,

senza pietà, senza fé, senz'amore,

liete del mal di chi più lor credette.

-

XC

- -

«Era 'l tuo ingegno divenuto tardo

e la memoria confusa e smarrita

e l'anima gentil quasi 'nvilita

driet'al riposo del mondo bugiardo;

-

quando t'accese 'l mio vago riguardo

e suscitò la virtù tramortita,

tanto ch'io t'ho condotto ove s'invita

al glorioso fin ciascun gagliardo.

-

In te sta el venir, se l'intelletto

aguzzi, driet'a me, che la corona

ti serbo delle frondi tanto amate.

-

Che farai? vienne!» mi dice nel petto

la donna per la quale Amor mi sprona:

e io mi sto, tant'è la mia viltate.

-

XCI

- -

Infra l'eccelso coro d'Elicona

mi transportò l'altr'ieri il mio ardire;

là dove, attento standomi ad udire

ciò che in quel s'adopra e si ragiona,

-

vidi, qual forse già fu la lacona

donna di Paris, una ninfa uscire

d'un lieto bosco e verso me venire

co' crin ristretti da verde corona.

-

A me venuta disse: «Io son colei

che fo di chi mi segue il nome eterno,

e qui venuta sono ad amar presta;

-

lieva su, vieni!»; e io, già di costei

acceso, mi levai: ond'io, d'inferno

uscendo, entrai nell'amorosa festa.

-

XCII

-

O Giustizia regina, al mondo freno,

mossa d'alta virtù dal sommo cielo,

or fredda e pigra sta' coverta a velo.

Rompe quest'aire e mostra tutt'el corso,

e scendi con tuo forze e con l'ardire,

ché tal virtù non manchi al buon disire.

Fenda l'usata spada, e non con fretta,

ch'e colpi non fien tardi a chi gli aspetta.

-

XCIII

- -

Fuggit'è ogni virtù, spent'è il valore

che fece Italia già donna del mondo,

e le Muse castalie son in fondo,

né cura quas'alcun del lor onore.

-

Del verde lauro più fronda né fiore

in pregio sono, e ciascun sotto il pondo

dell'arricchir sottentra, e del profondo

surgono i vizi trionfando fore.

-

Per che, se i maggior nostri hanno lasciato

il vago stil de' versi e delle prose,

esser non de'ti maraviglia alcuna.

-

Piangi dunque con meco il nostro stato,

l'uso moderno e l'opre viziose,

cui oggi favoreggia la fortuna.

-

XCIV

- -

Apizio legge nelle nostre scole

e 'l re Sardanapalo, e lor dottrina

di gran lunga è preposta alla divina

dagli ozi disonesti e dalle gole.

-

E verità né in fatti né in parole

oggi si truova, e ciaschedun inchina

all'avarizia sì com'a reina,

la quale in tutto può ciò che la vuole.

-

Onestà s'è partita e cortesia,

ed ogn'altra virtù è al ciel tornata,

ed insieme con esse leggiadria

-

dalle villane menti discacciata;

ma quanto questo per durar si sia,

Iddio sel sa, ch'ad ogni cosa guata.

-

XCV

- -

Saturno al coltivar la terra puose

già lungo studio, e Pallade lo ingegno

alle meccaniche arti, e Ercul degno

si fé di eterna fama l'orgogliose

-

fiere domando; e l'opre virtuose

de' buon romani el nome loro e 'l regno

ampliar ultra ad ogni mortal segno,

e di Alessandro le imprese animose.

-

Così filosofia fece Platone,

Aristotele e altri assai famosi,

e Omero e Vergilio i versi loro.

-

Oggi seria reputato un montone

chi torcesse el camin dalli studiosi

di perder tempo ad acquistar tesoro.

-

XCVI

- -

Tanto ciascun ad acquistar tesoro

con ogni ingegno s'è rivolto e dato,

che quasi a dito per matto è mostrato

chi con virtù seguisce altro lavoro.

-

Per che constante stare infra costoro

oggi conviensi, nel mondo sviato,

a chi, come tu fosti, è infiammato,

Febo, del sacro e glorioso alloro.

-

Ma perché tutto non può la virtute

ciò ch'ella vuol, senza divino aiuto,

a te ricorro, e prego mi sostegni

-

contr'alli venti avversi a mia salute,

e, dopo il giusto affanno, il già canuto

capo d'alloro incoronar ti degni.

-

XCVII

- -

Sovra li fior vermigli e' capei d'oro

veder mi parve un foco alla Fiammetta,

e quel mutarsi in una nugoletta

lucida più che mai argento o oro.

-

E qual candida perla in anel d'oro,

tal si sedeva in quella un'angioletta,

voland'al cielo splendida e soletta,

d'oriental zafir vestita e d'oro.

-

Io m'allegrai, alte cose sperando,

dov'io dovea conoscer che a Dio

in breve era madonna per salire,

-

come poi fu: ond'io qui, lagrimando,

rimaso sono in doglia e in desio

di morte per potere a lei salire.

-

XCVIII

- -

Parmi tal volta, riguardando il sole,

vederl'assai più che l'usato acceso;

per ch'io con meco dico: «Forse esteso

si siede in quello il mio fervente sole,

-

il quale agli occhi miei sempre fu sole

poscia ch'io fui ne' lacci d'amor preso;

per certo ei v'è: però di tanto peso

son ora e raggi di quest'altro sole».

-

E sì nel cor s'impronta esto pensero,

che mi pare veder, guardando in esso,

sì come aquila face, intento e fiso,

-

la fiamma mia, e d'essa assai intero

ogni contegno, e conoscer da presso

li capei d'oro e crespi e il bel viso.

-

XCIX

- -

Dormendo, un giorno, in sonno mi parea

quasi pennuto volar verso il cielo

drieto all'orme di quella, il cui bel velo

cenere è fatto, e ella è fatta dea.

-

Quivi sì vaga e lieta la vedea,

ch'arder mi parve di più caldo gelo

ch'io non solea, e dileguarsi il gelo

ch'in pianto doloroso mi tenea.

-

E, guardando, l'angelica figura

la man distese, come se volesse

prender la mia; e io mi risvegliai.

-

Oh quanta fu la mia disavventura!

Chi sa, se ella allor preso m'avesse,

e s'io quaggiù più ritornava mai?

-

C

- -

Se la fiamma degli occhi, ch'or son santi

e che per me fur dardi e poi catene,

mortificasse alquanto le mia pene

e rasciugasse e grevi e lunghi pianti,

-

io udirei quelli angelici canti,

ch'ode chi vede il sommo e vero Bene,

né vagando anderei drieto alla spene,

ch'in questa vita molti ne fa erranti.

-

Ma essa, eterna, le cose mortali

disdegna, e ride del pensier fallace,

che mi sospinge dov'ognor più ardo;

-

per che temo che mai alle mia ali

non verran penne, che a tanta pace

levar mi possan dal mondo bugiardo.

-

CI

- -

«Che cerchi, stolto? che dintorno miri?

cenere sparta son le membra in ch'io

piacqui già tanto al tuo caldo desio

e mossi il petto ai pietosi desiri.

-

Perché non lievi gli occhi agli alti giri?

Io dico al ciel, anz'al regno di Dio,

dove più bel che mai il viso mio

veder potrai, e pien de' tuoi desiri».

-

Così con meco talora ragiona

la bella donna, vedendo cercarmi

quel che giammai quaggiù veder non deggio.

-

Ma come ravveduto m'abbandona,

piangendo penso come qui impennarmi

possa, e volar al suo beato seggio.

-

CII

- -

Dante, se tu nell'amorosa spera,

com'io credo, dimori riguardando

la bella Bice, la qual già cantando

altra volta ti trasse là dov'era:

-

se per cambiar fallace vita a vera

amor non se n'oblia, io ti domando

per lei, di grazia, ciò che, contemplando,

a far ti fia assai cosa leggiera.

-

Io so che, infra l'altre anime liete

del terzo ciel, la mia Fiammetta vede

l'affanno mio dopo la sua partita:

-

pregala, se 'l gustar dolce di Lete

non la m'ha tolta, in luogo di merzede,

a sé m'impetri tosto la salita.

-

CIII

- -

Era sereno il ciel, di stelle adorno,

e i venti tutti nelle lor caverne

posavono, e le nuvolette alterne

resolute eron tutte intorno intorno,

-

quand'una fiamma più chiara che 'l giorno,

rimirand'io alle cose superne,

veder mi parve per le strade eterne

volando fare al suo loco ritorno,

-

e di quella ver me nascer parole,

le quai dicien: «Chi meco esser desia,

benign'esser convien e ubidiente

-

e d'umiltà vestito; e, s'altro vuole

cammin tener, giammai meco non fia

nel sacro regno della lieta gente».

-

CIV

- -

Le rime, le quai già fece sonore

la voce giovinil ne' vaghi orecchi

e che movien de' mia pensier parecchi

a quel desio che m'infiammava il core,

-

scrivendole come dettava Amore,

han fatto chiocce gli anni gravi e vecchi,

poscia che morte ruppe quelli specchi

da' quai forza prendea lo mio vigore.

-

E, come 'l viso angelico tornossi

al regno là, dond'era a noi venuto

per farne fede dell'altrui bellezza,

-

e i passi miei di drieto a lui fur mossi,

né rima poi né verso m'è piaciuto,

né altro che 'l seguir la sua altezza.

-

CV

- -

D'Omero non poté 'l celeste ingegno

a pien mostrar d'Elèna 'l vago riso,

né Zeusi, dopo, l'alt'e bel diviso,

quantunque avesse di molte il disegno:

-

e però contro a me stesso non sdegno

se 'l glorioso ben di paradiso

scriver non so, né l'angelico viso,

c'ha 'l mio cor seco nel celeste regno.

-

Ma chi desia veder quella bellezza,

che sola tenne in la vita mortale,

d'uom non aspetti alcun dimostramento,

-

ma di sacra virtù s'impenni l'ale

e su sen voli in la suprema altezza:

lì la vedrà e rimarrà contento.

-

CVI

- -

Sì acces'e fervente è il mio desio

di seguitar colei, che quivi in terra

con il suo altero sdegno mi fé guerra

infin allor ch'al ciel se ne salio,

-

che, non ch'altri, ma me metto in oblio.

E parmi nel pensier, che sovent'erra,

quella gravezza perder che m'atterra

e quasi uccel levarmi verso Dio:

-

e trapassar le spere e pervenire

davanti al divin trono, infra i beati,

e lei veder, che seguirla mi face,

-

sì bella, ch'io non so poscia ridire,

quando ne' luoghi lor son ritornati

gli spiriti, che van cercando pace.

-

CVII

- -

Mentre sperai e l'uno e l'altro collo

trascender di Parnaso e ber dell'onde

del castalio fonte e delle fronde,

che già più ch'altre piacquero ad Apollo,

-

adornarmi le tempie, umil rampollo

de' dicitori antichi, alle gioconde

rime mi diedi; e ben che men profonde

fosser, canta'ne in stil leggiero e sollo.

-

Ma poscia che 'l cammino aspro e selvaggio,

e gli anni miei già faticati e bianchi

tolser la speme del sù pervenire,

-

vinto, lasciai la speme del viaggio,

le rime e i versi e i miei pensieri stanchi,

ond'or non so, com'io solea già, dire.

-

CVIII

- -

Il vivo fonte di Parnaso e quelle

frondi, che furn'ad Appollo più care,

m'ha fatto lungo tempo Amor cercare

driet'alla guida delle vaghe stelle,

-

che fra l'ombre salvatiche le belle

Muse già fer molte volte cantare;

né m'ha voluto fortuna prestare

d'esser potuto pervenire ad elle.

-

Credo n'ha colpa il mio debil ingegno,

ch'alzar non può a vol sì alto l'ale,

e non ha già studio o tempo perduto.

-

Darò dunche riposo all'alma frale,

e mi dorrò di non aver potuto

di quelle farmi, faticando, degno.

-

CIX

- -

Dura cosa è e orribile assai

la morte ad aspettare e paurosa,

ma così certa e infallibil cosa

né fu né è né, credo, sarà mai;

-

e 'l corso della vita è breve, ch'hai,

e volger non si può né dargli posa;

né qui si vede cosa sì gioiosa

che 'l suo fine non sia lagrime e guai.

-

Dunque perché con operar valore

non c'ingegniamo di stender la fama

e con quella far lunghi e brevi giorni?

-

Questa ne dà, questa ne serva onore,

questa ne lieva degli anni la squama,

questa ne fa di lunga vita adorni.

-

CX

- -

Assai sem raggirati in alto mare,

e quanto possan gli empiti de' venti,

l'onde commosse e i fier accidenti,

provat'abbiamo; né già il navicare

-

alcun segno, con vela o con vogare,

scampati ci ha dai perigli eminenti

fra' duri scogli e le secche latenti,

ma sol Colui che, ciò che vuol, può fare.

-

Tempo è omai da reducersi in porto

e l'ancore fermare a quella pietra

che del tempio congiunse e dua parieti;

-

quivi aspettar el fin del viver corto

nell'amor di Colui, da cui s'impetra

con umiltà la vita de' quieti.

-

CXI

- -

Quante fiate indrieto mi rimiro,

m'accorgo e veggio che io ho trapassato,

forse perduto e male adoperato,

seguendo in compiacermi alcun desiro,

-

tante con meco dolente m'adiro,

sentendo quel, ch'a tutti sol n'è dato,

esser così fuggito, anzi cacciato

da me, che ora indarno ne sospiro.

-

E so s'è conceduto che' mia danni

ristorar possa ancor di bel soggiorno

in questa vita labile e meschina?

-

Perché passato è l'arco de' mia anni,

e ritornar non posso al primo giorno,

e l'ultimo già veggio s'avicina.

-

CXII

- -

Fuggesi il tempo, e 'l misero dolente,

a cui si presta ad acquistar virtute,

fama perenne e eterna salute,

el danno irreparabile non sente;

-

ma neghittoso forma nella mente

cagion all'ozio e scusa alle perdute

doti, le quai poi tardi conosciute

piange, tapino, e senza pro si pente.

-

Surge col sol la piccola formica

nel tempo estivo, e si raguna l'esca,

di che nel fredd'avverso si nutrica.

-

Al negligente sempre par ch'incresca:

onde nel verno muore, o ch'ei mendica,

e spesse volte senza lenza pesca.

-

CXIII

- -

Fassi davanti a noi il Sommo Bene

col gremb'aperto e pien de' suoi tesori,

e, acciò che ciascun se n'innamori,

a monstrar quali e' son sovente viene;

-

e de signor amico ne diviene,

s'aprir vogliangli i nostri freddi cuori,

e spira quinci e quindi e santi ardori

a raffrenar le colpe e tor le pene.

-

E noi, protervi ritrosi e selvaggi,

ci ritraiam indrieto, e al fallace

ben temporale ostinati crediamo:

-

dal quale menati per falsi viaggi,

perdian, miseri noi, l'etterna pace,

e nel foco perpetuo caggiamo.

-

CXIV

- -

Volgiti, spirto affaticato, omai,

volgiti, e vedi dove sei trascorso,

del desio folle seguitando 'l corso,

e col piè nella fossa ti vedrai.

-

Prima che caggi, svegliati; che fai?

torna a Colui, il quale il ver soccorso

a chi vuol presta e libera dal morso

della morte dolente, alla qual vai.

-

Ritorna a Lui, e l'ultimo tuo tempo

concedi almeno al Suo piacer, piangendo

l'opere mal commesse nel passato.

-

Né ti spaventi il non andar per tempo,

ch'Ei ti riceverà, ver te facendo

quel che già fece all'ultimo locato.

-

CXV

- -

O Sol, ch'allumi l'un'e l'altra vita,

e dentro al pugno tuo richiudi il mondo,

poi non ti parve grave il mortal pondo

per ritornarci nella via smarrita,

-

se pietos'orazion fu mai udita,

ch'al ciel venisse a te da questo fondo,

a me, che 'l mio bisogno non ascondo,

presta i benign'orecchi e sì m'aita.

-

Io ho, seguendo gli terren diletti

e i tuo' comandamenti non curando,

offeso spesso la tua maiestade:

-

or mi ravveggio, come tu permetti,

e di tuo corte mi conosco in bando;

però, di grazia, addomando pietade.

-

CXVI

- -

O glorioso Re, che 'l ciel governi

con eterna ragione e de' mortali

sol conosci le menti, e quant'e quali

e nostri pensier sien chiaro discerni,

-

deh volgiti ver me, se tu non sperni

gli umili prieghi, e l'affezion carnali

da me rimuovi e sì m'impenna l'ali,

che io possa volare a' beni eterni.

-

Lieva dagli occhi mia l'oscuro velo

che veder non mi lascia lo mio errore,

e me sviluppa dal piacer fallace;

-

caccia dal petto mio il mortal gelo,

e quell'accendi sì del tuo valore,

che io di qui ne vegna alla tua pace.

-

CXVII

- -

Non treccia d'oro, non d'occhi vaghezza,

non costume real, non leggiadria,

non giovanett'età, non melodia,

non angelico aspetto né bellezza

-

poté tirar dalla sovran'altezza

il Re del cielo in questa vita ria

ad incarnar in te, dolce Maria,

Madre di grazia e specchio d'allegrezza;

-

ma l'umilità tua, la qual fu tanta,

che poté romper ogn'antico sdegno

tra Dio e noi e far il ciel aprire.

-

Quella ne presta adunque, Madre santa,

sì che possiamo al tuo beato regno,

seguendo lei devoti, ancor salire.

-

CXVIII

- -

O luce eterna, o stella matutina,

la qual chiuder non può Borea né Austro,

della nave di Pier timone e plaustro

del biforme grifon, che la divina

-

città lasciò per farsi medicina,

pria sé chiudendo nel virginal claustro,

del mal che già commise il protoplaustro

disubbidendo in nostra e sua ruina;

-

volgi gli occhi pietosi allo mio stato,

Donna del cielo, e non m'aver a sdegno,

per ch'io sia di peccati grave e brutto.

-

Io spero in te, e 'n te sempr'ho sperato:

prega per me e esser mi fa degno

di veder teco il tuo beato frutto.

-

CXIX

- -

O Regina degli angioli, o Maria,

ch'adorni il ciel con tuoi lieti sembianti

e stella in mar dirizzi e naviganti

a port'e segno di diritta via,

-

per la gloria ove sei, Vergine pia,

ti prego guardi a' mia miseri pianti;

increscati di me, to'mi davanti

l'insidie di colui che mi travia.

-

Io spero in te e ho sempre sperato:

vagliami il lungo amore e 'l reverente,

il qual ti porto e ho sempre portato.

-

Dirizza il mio cammin, fammi possente

di divenir ancor dal destro lato

del tuo Figliuol, fra la beata gente.

-

CXX

- -

Tu mi trafiggi, e io non son d'acciaio:

e s'a dir mi sospingon le punture,

a dover ritrovarti le costure,

credo parratti desto un gran vespaio.

-

Deh, tu m'hai pieno, anzi colmo, lo staio;

bastiti omai, per Dio, e non m'indure

a dettar versi delle tua lordure,

ch'io sarò d'altra foggia, ch'io non paio.

-

E poi che la parola uscita è fuore,

indrieto ritornar non si può mai,

né vale il dir: «Vorrei aver creduto».

-

Se 'l ti prude la penna, il folle amore

e la fortuna dan da dire assai:

in ciò trastulla lo tuo ingegno acuto.

-

CXXI

- -

Poi satiro sei fatto sì severo

nella mia colpa e étti sì molesta,

credo sarebbe cosa assai onesta

prima lavasse il tuo gran vitupero

-

che mordesse l'altrui: uom sa, per vero,

la dolorosa e puzzolente festa

che festi del tuo nato, quand'in questa

vita 'l produsse il natural sentiero.

-

Né lascia questo divenire antiquo

l'infamia tua, ché nel cinquantesmo

gravida avevi quella cui tenevi.

-

O crudel patre, o sacerdote iniquo!

Poi, dov'uom scarca 'l ventre, per battesmo

si died'a quel cui generato avevi.

-

CXXII

- -

S'io ho le Muse vilmente prostrate

nelle fornice del vulgo dolente,

e le lor parte occulte ho palesate

alla feccia plebeia scioccamente,

-

non cal che più mi sien rimproverate

sì fatte offese, perché crudelmente

Appollo nel mio corpo l'ha vengiate

in guisa tal, ch'ogni membro ne sente.

-

Ei m'ha d'uom fatto un otre divenire,

non pien di vento ma di piombo grave

tanto, ch'appena mi posso mutare.

-

Né spero mai di tal noia guarire,

sì d'ogni parte circondato m'have;

ben so però che Dio mi può aiutare.

-

CXXIII

- -

Se Dante piange, dove ch'el si sia,

che li concetti del suo alto ingegno

aperti sieno stati al vulgo indegno,

come tu di', della lettura mia,

-

ciò mi dispiace molto, né mai fia

ch'io non ne porti verso me disdegno:

come ch'alquanto pur me ne ritegno,

perché d'altrui, non mia, fu tal follia.

-

Vana speranza e vera povertade

e l'abbagliato senno delli amici

e gli lor prieghi ciò mi fecer fare.

-

Ma non goderan guar di tal derrate

questi ingrati meccanici nimici

d'ogni leggiadro e caro adoperare.

-

CXXIV

- -

Già stanco m'hanno e quasi rintuzzato

le rime tua accese in mia vergogna;

e quantunque a grattar della mia rogna

io abbia assai nel mio misero stato,

-

pur ho tal volta, da quelle sforzato,

risposto a quel che la tua penna agogna,

la qual non fu temperata a Bologna,

se ben ripensi il tuo aspro dettato.

-

Detto ho assai che io cruccioso sono

di ciò che stoltamente è stato fatto,

ma frastornarsi non si puote omai.

-

Però ti posa e a me dà perdono,

ch'io ti prometto ben che 'n tal misfatto

più non mi spingerà alcun giammai.

-

CXXV

- -

Io ho messo in galea senza biscotto

l'ingrato vulgo, e senza alcun piloto

lasciato l'ho in mar a lui non noto,

ben che sen creda esser maestro e dotto:

-

onde el di sù spero veder di sotto

del debol legno e di sanità voto;

né avverrà, perch'ei sappia di nuoto,

ch'e' non rimanga lì doglioso e rotto.

-

E io, di parte eccelsa riguardando,

ridendo, in parte piglierò ristoro

del ricevuto scorno e dell'inganno;

-

e tal fiata, a lui rimproverando

l'avaro senno e il beffato alloro,

gli crescerò e la doglia e l'affanno.

-

CXXVI

- -

Or sei salito, caro signor mio,

nel regno, al qual salire ancor aspetta

ogn'anima da Dio a quell'eletta,

nel suo partir di questo mondo rio.

-

Or se' colà, dove spesso il desio

ti tirò già per veder Lauretta;

or sei dove la mia bella Fiammetta

siede con lei nel cospetto di Dio.

-

Or con Sennuccio e con Cino e con Dante

vivi, sicuro d'eterno riposo

mirando cose da noi non intese.

-

Deh, s'a grado ti fui nel mondo errante,

tirami drieto a te, dove gioioso

veggia colei che pria d'amor m'accese.

-

 

PARTE SECONDA

-

1

- -

Iscinta e scalza, con le trezze avvolte,

e d'uno scoglio in altro trapassando,

conche marine da quelli spiccando,

giva la donna mia con altre molte.

-

E l'onde, quasi in sé tutte raccolte,

con picciol moto i bianchi piè bagnando,

innanzi si spingevan mormorando

e ritraensi iterando le volte.

-

E se tal volta, forse di bagnarsi

temendo, i vestimenti in su tirava,

sì ch'io vedeo più della gamba schiuso,

-

oh, quali avria veduto allora farsi,

chi rimirato avesse dov'io stava,

gli occhi mia vaghi di mirar più suso!

-

2

- -

O dì felice, o ciel chiaro sereno,

o prati, o arbuscegli, o dolci amori,

o angeliche voci, o lieti cori,

de' quali vidi un bel giardin ripieno;

-

o celeste armonia, la qual seguieno

non so s'i' dica angelichi splendori

o vergini terrene, e tra' be' fiori

e le piante danzando si movieno!

-

Chi con istile ornato e con preciso

discrivere ne potria le vedute

bellezze, omai mo' viste fra' mortali?

-

Non io, ch'esser credendo in paradiso,

muover sentii secreta virtute,

che 'l cor m'aprì con più di mille strali.

-

3*

- -

D'oro crespi capelli e annodati

da sé e da verde frondi e bianchi fiori,

un angelico viso e due splendori

simili a stelle, e atti non usati

-

veder fra noi, vezzosi e riposati,

e un cantar di più gioiosi amori

soave e lieto ben tra mille fiori

del primo tempo, insieme radunati

-

in un giardino nato ad un bel fonte,

pos'Amore in amare alla mia mente

libera ancora, semplice e leggera.

-

Né pria, dal canto desto, alza' la fronte,

che tutte l'accerchiar subitamente

e presa a lui la dier, che vicin era.

-

4*

- -

Levasi il sol tal volta in oriente,

senz'alcun raggio e rosso pe' vapori;

la luna, maculata di colori

oscuri, appar men bella e men lucente;

-

e del cielo ne sono assai sovente

dalle nuvole tolti gli splendori;

e' nostri lumi, vie molto minori,

per poco vento diventan niente.

-

Ma que' begli occhi splendidi, ne' quali

Amor fabrica e tempra le saette

che mi passano il core a tutte l'ore,

-

nebbia né vento curan, ma son tali

quai furon sempre: due vive fiammette,

lucenti più ch'alcuno altro splendore.

-

5*

- -

I cape' d'or, di verde fronde ornati,

gli occhi lucenti e l'angelico viso,

i leggiadri costumi e 'l vago riso

di questa onesta donna hanno scacciati

-

tutti li mia disiri, e sono in atti

di sì somma biltà qual io diviso,

e hanno di lor fatto un paradiso

degli occhi mei, più ch'altri, innamorati.

-

Onde ogni altra bellezza m'è noiosa:

questa mi piace e questa vo cercando,

in questa ogni mia gioia si riposa.

-

Per lei sospiro e per lei vo cantando,

per lei m'aggrada la vita amorosa,

per lei salute spero disiando.

-

6**

- -

Prati, giardini, vaghi balli o canti,

sollazzi né diletti né piacere,

giovane adatte, leggiadre vedere,

donne seguite da amorosi amanti,

-

nulla ne piace a me, quando davanti

non veggio nell'aspetto mio sedere

l'angelico bel viso, al cui piacere

vive contento il cuor de' sua sembianti.

-

7**

- -

La volontà più volte è corsa al core

per discoprire a coste' le mia pene:

la boce a mezzo il petto si ritiene,

la lingua tace e perde ogni sentore.

-

Di nuovo il cor ancor prende valore

per voler dire, e pur fra due mi tiene:

«Sì dirai, non dirai; non, sì conviene,

se fedel servo se' tanto d'Amore».

-

Po' che la lingua e 'l cor perde l'ardire,

dite, occhi, vo', lagrimando, parole,

facendo certa lei sol quant'io l'amo,

-

e discovrite el mio tanto martire:

el suo bel viso splende più che 'l sole,

e quanto più la fuggo, più la bramo.

-

8*

- -

Gli occhi, che m'hanno il cor rubato e messo

nella prigion d'Amore e lì legato,

Disio e Gelosia hanno mandato

e Speranza e Paura a star con esso;

-

le quale, a lui tenendosi da presso,

or tristo el fanno e or parer beato,

or arder tutto e or tutto gelato,

or pianger or cantare, e quest'è spesso.

-

Onde il girato in così fatti stremi

forte si duole per tal confusione;

grida mercé, e, perché nulla vale,

-

alzato ha vela e posto mano a' remi

più volte già per uscir di prigione:

ma, alzato il vol, li son strappate l'ale.

-

9*

- -

Io mi credea troppo ben l'altrieri

ricoverato aver mia libertate:

rotti avea i legami e ispezzate

le porte e ingannati i prigionieri,

-

e come per salvatichi sentieri

fuggiva forte e per vie disusate;

ma la sventura, che le mia pedate

seguì, fece vani i mia pensieri.

-

Perciò ch'Amor, dond'io non avvisai,

vedendo mi rinchiude, e le sua armi

ver me drizzando gridò: «Tu se' giunto!

-

O fuggitivo servo, ove ne vai?».

E rider e 'l prender me e rilegarmi

e 'l darmi a' sua ministri fu in un punto.

-

10**

- -

Il mar tranquillo, producer la terra

fiori e erbette, el ciel queto girarsi,

gli uccelli più che l'usato allegrarsi,

quando fuori Eol Zefiro disserra,

-

ho già veduto; se 'l veder non erra,

veggio le donne belle e vaghe farsi,

e le bestie ne' boschi accompagnarsi,

e pace e triegua farsi d'ogni guerra,

-

posarsi i buoi delle fatiche loro,

e' bobolchi e' pastor sotto alcuna ombra

cercare il fresco e riposarsi alquanto.

-

Ma io, che per amor mi discoloro,

e cui disio più che speranza ingombra,

riposare non posso tanto o quanto.

-

11**

- -

S'io potessi lo specchio tenere

al cui consiglio fersi le saette,

che m'hanno il cor degli anni più di sette

passato sanza alcun contasto avere,

-

da lui m'ingegnere' quelle sapere

fabbricar io, e qual tempra le mette;

po' con alquante delle più elette

vi metterei nel petto il mio piacere.

-

E ciò saria vedervi sospirare,

gridar mercé senza trovarla, s'io

non fussi prima di vendetta sazio.

-

Forse potresti ancor, donna, apparare

l'animo altero fare umile e pio,

e di non far d'altrui giocondo istrazio.

-

12*

- -

Chi crederia giammai ch'esser potesse

nel cuor d'una gran fiamma il ghiaccio ascoso?

Chi crederebbe ch'è quel poderoso,

che petto alcun come foco accendesse?

-

Chi crederia che la fiamma facesse

tremar alcun, quantunque pauroso?

Chi crederia che 'l freddo aspro e noioso

a furia alcun per sua forza movesse?

-

Crederoll'io, che dentro al petto mio,

quando sdegnosa questa fiamma fassi,

sento l'alma tremar e farsi fredda;

-

e sì m'affuoca quando vo', che io

temo di cener farmi, e ella stassi

com' ghiaccio all'ombra o neve in parte stretta.

-

13**

- -

Se quelle trecce d'or che m'hanno il core

legato e stretto all'amoroso nodo,

e le quale ognor più onoro e lodo

sì come vole e mi comanda Amore,

-

d'argento alquanto prendesson colore,

forse ch'ancor piatà troveria modo

di fare il petto, adamantino e sodo,

trattabil, d'esta donna, in mio favore.

-

Ma mal mi par di ciò esser in via,

perciò ch'ognora si fanno più belle

e a me manca forza ad aspettare.

-

Dunque farò com'uom quando disia

quel di che mai non de udir novelle,

ma sostentat'è pur col van sperare.

-

14**

- -

Cadute son degli arbori le foglie,

taccion gli uccelli e fuman le fontane;

le domestiche fere e le silvane

giuso hanno posto l'amorose voglie.

-

E l'umido vapor, che si racoglie

ne l'aere, atrista el cielo, e alle sane

menti son fatte le feste lontane

per la stagion acerba che or le toglie.

-

Né altro che neve si trova ad Amore,

il qual così mi tiene e strugge forte,

come sol far nel tempo lieto e verde;

-

e tra el ghiaccio e la neve m'arde el core,

il qual per crudeltà non teme morte,

né per zirar del ciel lagrima perde.

-

15*

- -

S'i' avessi in mano gli capegli avvolti

di te, c'ha' lo mio cuor per mezzo aperto,

prima ch'i' gli lasciassi i' vedria certo

pianger quegli occhi che da Amor son volti.

-

E poscia ch'io n'avessi tanti tolti,

ch'a me 'l tu' pianto fosse discoperto,

morte vorrei dalle tua man, per certo,

non li avendo però da mano svolti.

-

Po' i' vorria che con tua mano aprissi

el freddo cuore, ov'Amor con suo strale

la tua verace immagine confissi.

-

Verrieti pur pietà di tanto male,

e crederesti quel che già ti dissi,

e 'l core afflitto e l'angoscia mortale.

-

16**

- -

Ecco, madonna, come voi volete,

io sento la mia vita che vien meno;

né so se fia il vostro isdegno pieno,

che ha della mia morte sì gran sete.

-

Ma ditemi: dell'ossa che farete,

gnude di ciò che prima i ricoprieno?

Dite: porrete alla vostra ira freno

o la cenere al vento gitterete?

-

Non so; ma di vo' tegno tal credenza,

che raccoglier farete quelle sparte

e ricoprir, di me forse piatosa.

-

........ i' spero, in qualche parte

e' facci de' mia falli penitenza,

sentirà gioia l'anima angosciosa.

-

17*

- -

I' ho già mille penne e più stancate

scrivendo in rima e in parlar soluto

l'angoscioso dolor, ch'ho sostenuto

lunga stagione aspettando pietate;

-

e, s'io non erro, assai men quantitate

quietare il mar da' venti combattuto,

e qualunqu'alto monte avrien dovuto

muover del luogo suo, men faticate,

-

non che 'l cuor d'una donna: il qual niente

per lor di sua durezza s'è mutato,

ma stassi freddo come ghiaccio all'ombra.

-

Ond'io mi struggo, e dolorosamente

piango la mia fortuna disperato;

né 'l cuor per tutto questo non mi sgombra.

-

18*

- -

I' avea già le lagrime lasciate

e ritornava nel viso il colore,

perché alquanto più soave Amore

avea veduto, e l'arme avea posate;

-

e a bene sperar quella beltate,

ch'al mondo non n'è par, non che maggiore,

m'invitava talor con lo splendore

che 'n inferno faria l'alme beate;

-

quando, per nuovo isdegno, mi trovai

senza ragion nel mio misero stato,

nel qual mi struggo, come neve al sole,

-

in pianti e in sospiri, in doglia e 'n guai;

né a me cridar mercé, poscia, ha giovato

a chi pur morto, e non altro, mi vole.

-

19

- -

Le nevi sono e le piogge cessate,

l'ira del ciel, le nebbie e le freddure;

i fior, le frondi e le fresche verdure,

i lieti giorni e le feste tornate.

-

Le donne son più che l'usato ornate,

e tutte quasi Amor le creature

trastulla e mena per le sue pasture,

nel nuovo tempo, credo, innamorate.

-

Per ch'io conosco ciò ch'io non vorrei:

a Baia 'n seno esser colei invita

che muove e gira tutti e disir miei.

-

Or dormiss'io infino alla reddita,

o girmene potessi là con lei,

o non saper ch'ella vi fosse ita.

-

20*

- -

Per certo, quando il ciel con lieto aspetto

riguarda ver la stagion novella,

nulla contrada ha 'l mondo così bella

né dove più si prenda di diletto.

-

Quivi Amor regna senz'alcun sospetto,

o 'l ciel che 'l faccia o singulare stella;

Venere credo poi venisse in quella,

del mare uscendo, come in luogo eletto.

-

Quivi le piagge, la marina, i prati

son pien di donne e di leggiadri amanti,

e ciò che piace par vi si conceda.

-

Quivi son feste e dilettosi canti;

quivi si mettono amorosi agguati,

né mai senza gioir si leva preda.

-

21*

- -

Degli occhi, dei qual nacque el foco ond'io

arder mi sento più che mai el core,

mover solia sovente uno splendore

che pace dava ad ogni mio disio.

-

Ora, o ch'io sia da lor messo in oblio,

come tal volta avvien, per novo amore,

o per disdegno o per cieco furore

o forse per alcun difetto mio,

-

non so; ma ben cognosco ch'io dispiaccio

dov'io solia piacer, sì dispettosi

torcer li vedo dond'io sia veduto.

-

Piango, sospiro e gli occhi dolorosi

piangono el tempo ch'io ho già perduto,

nutrendo el foco per cui or mi sfaccio.

-

22**

- -

I' vo, sonetto, i mie' pensier fuggendo,

come colui che se li trova rei,

però che sempre parlan di colei

che la mia morte vuole e va chiedendo,

-

e sì mi va, là dov'io vo, seguendo

ad occuparmi più ch'io non vorrei:

né giungon pria, che 'l bel viso di lei

col mio rimemorar vo dipingendo.

-

E simil fan le liete feste avute,

l'amor, la grazia, el piacer e 'l diletto,

e lei pongon dinnanzi alla mia mente:

-

le qual, come conosco esser perdute,

né mai di rivederle più aspetto,

pianti e sospir si fan subitamente.

-

23**

- -

Amore, pur convien che le tue arme

ti renda, lasso, e quello antico strale,

el qual così fosse stato mortale,

ché bel morir quanto bel viver parme!

-

e quel desio, che già solea infiammarme,

e la speranza e 'l mio servir liale

ti rendo, e quel piacer fallace e frale,

poi che a forza fortuna il fa lassarme.

-

Di che mi doglio a te, signor gentile,

e tu doler ti doveresti ancora,

che fortuna mi cacci dal tuo ovile.

-

Ma l'esemplo dimostri a chi ti onora,

a chi ti serve, a chi siegue tuo stile,

a chi sotto tua insegna si rincora.

-

24**

- -

I' solea spesso ragionar d'amore

e talora cantar del vago viso,

del qual fatto s'avea suo paradiso,

come di luogo eletto, il mio signore.

-

Or è il mio canto rivolto in dolore

e trasmutato in pianto il dolce riso,

po' che per morte da no' s'è diviso

e terra è divenuto il suo splendore.

-

Né sarà mai ch'alla mente mi torni

quella imagine bella, che conforto

porger solea a ciascun mio disire,

-

che io non pianga e maladichi i giorni

che tanto m'hanno in questa vita scorto,

ch'io sento del mio ben fatto martire.

-

25*

- -

Se io, che già più giovine provai

d'Amor le fiamme e le saette acute,

ora per morte ora per salute

pregando, a sordo sempre lui pregai,

-

che dovria sperar ora giammai,

vedendomi le tempie esser canute,

crescer li affanni e mancar la vertute,

che sì di lieve pigliar mi lassai?

-

Certo null'altro che quello ch'io sento,

disio senza speranza; e di sospiri

cocenti come foco ho el petto pieno.

-

Dunque la morte sola al mio tormento

può donar pace e finir i desiri,

che per molti anni ancor non vegnon meno.

-

26**

- -

Se io credesse, Amor, che in costei

virtute o senno o sentimento fosse,

el fuoco che mi cuoce e che mi cosse,

come tu hai voluto e vo', per lei,

-

credo con pazienza sofferrei

drieto al dificio ch'amarla mi mosse,

ben che cener già sian le polpe e l'osse,

e lo spirito manchi a' sospir miei.

-

Ma perch'io veggio suo basso intelletto

nulla sentir che laudevole sia,

contra mia voglia a te sono suggetto;

-

e poi, sdegnoso, piango il mio difetto,

che la fé donna dell'anima mia,

della qual mai non spero aver diletto.

-

27**

- -

Perché ver me pur dispermenti invano,

Amor, che più de' tuoi esser non deggio?

Altro mar ti conviene, altro pileggio

cercar che 'l mio, da te fatto sì strano.

-

Ben puo' veder ch'io son fatto sano,

né tua mercé più non disio né chieggio;

e quanto più ti sforzi a farmi peggio,

tanto da te più mi truovo lontano.

-

Spent'è la fiamma, che m'accese e arse,

fuggiti sono i mia giovini anni,

e tu co' modi tuo m'ha' fatto saggio.

-

Dunque le tue saette invano sparse

ricogli omai, e servati l'inganni

ad uccel nuovo, ch'io provati l'aggio.

-

28**

- -

O ch'Amor sia, o sia lucida stella,

te nel mio meditar forma sovente

leggiadra, vaga, splendida e piacente,

qual viva esser solevi, e così bella.

-

Quivi con teco l'anima favella,

ode e risponde, e tanta gioia sente,

che la gloria del ciel crede niente,

quantunque grande, per rispetto a quella.

-

Ma, com' la viva imagine si fugge

e rompesi il pensier che la tenea,

e che 'n terra se' cener mi ricorda,

-

torna il dolor che mi consuma e strugge,

e prego te che la morte mi dea

di te seguir: deh, non esser più sorda!

-

29**

- -

Rotto è il martello, rott'è quella 'ncugge

che solean fabbricar le dolce rime,

e rotti i folli, rotte son le lime,

e la fucina tutta si distrugge;

-

il foco più nel suo carbon non rugge,

che riscaldava le materie prime,

di che formando l'opre non sublime,

cantai del falso amor cui ragion fugge.

-

E però cessa la mia vaga penna

di recar fole con parole vane,

e da così fatta arte si rimane.

-

Ma della fior soprana di soprane,

che vince l'altre come sauro brenna,

pur tratterò io laude alta e perenna.

-

30*

- -

Lasso! s'i' mi lamento io n'ho ben donde,

ch'io corsi e corro sempre gli anni rei,

e però vo gridando: «Omei, omei»,

per piani e per montagne e sopra l'onde.

-

E quando io mi ripenso i' non so donde

mi debba riposar gli stanchi piei,

sì mi menan girando i pensier miei

più forte assai che 'l vento non fa fronde.

-

I' non so per qual cielo o per qual fato,

o qual fortuna o qual distino in terra,

o per qual stella mi fosse ordinato

-

ch'io non dovessi mai uscir di guerra,

e povertà mi stesse sempre allato,

come fa, che da me mai non si sferra.

-

31*

- -

Carissimi fratei, la forma oscura

di me misero teschio risguardate,

le mie bellezze son da me cascate,

son rimaso ombra di crudel figura.

-

Non men di voi fui già bella istatura:

e le mie membra son da me iscacciate

e dalli vermin sì son divorate,

di cui tutti saremo lor pastura.

-

Rigido peccatore, in me te specchia

e sappi come a me hai a tornare:

di bona armatura or ti coverchia.

-

Fal tosto, ché dubbioso è lo indugiare

-

Chi seguita el mal fare,

la morte li conduce, e falli stretta

e sì è più forte che d'arco saetta.

-

32**

- -

Dante Alighieri son, Minerva oscura

d'intelligenza e d'arte, nel cui ingegno

l'eleganza materna aggiunse al segno

che si tien gran miracol di natura.

-

L'alta mia fantasia, pronta e sicura,

passò il tartareo e poi 'l celeste regno,

e 'l nobil mio volume feci degno

di temporale e spiritual lettura.

-

Fiorenza magna terra ebbi per madre,

anzi matregna, e io piatoso figlio,

grazia di lingue scellerate e ladre.

-

Ravenna fummi albergo nel mio esiglio:

e ella ha il corpo, l'alma ha il sommo Padre,

presso a cui invidia non vince consiglio.

-

33*

- -

Né morte, né amor, tempo, né stato,

né vostra crudeltà potrien far ch'io

altra donna mettessi nel cor mio.

-

Negli anni primi di mia giovinezza,

come Amor volle, donna, vostro fui:

e poi mostrai d'altra aver vaghezza

per tor di noi il mormorar altrui,

-

donna, l'ho fatto, e giuro per colui,

le cui saette non curate un fio,

ch'altri di voi, di me non può dir mio.

-

34*

- -

Tant'è 'l soperchio de' miei duri affanni,

e sì pungenti e gravi i dolor miei,

che dirlo non potrei

con cento lingue e con voce di ferro.

Fortuna verso me tutti i suo rei

proponimenti adempie, e tanti inganni

mi fa ne' teneri anni,

che stanco e vinto innanzi a le' m'atterro.

Qual cor di quercia o di macigno cerro

pure a un di tai colpi sarie 'ntero,

di que' che mille ciascun giorno i' sento?

Io non muoio, e non vivo, anzi fo stento:

questa vita non godo, e po' non spero

a riposo più intero

nell'altra vita andar per mie buon'opre.

Ma troppo ancor si copre,

gentil madonna, a vo' l'angoscia mia;

ond'io vo' che 'l mio dir più chiaro sia.

-

Po' che l'acerba e dura mia sventura

mi presentò dinnanzi al vostro aspetto,

quel giorno benedetto

che m'accozzò da prima a veder voi,

i' mi sentii tutto piagato il petto

d'una nuova ferita, e nuova arsura,

e 'ntenebrata e scura

d'amorosi pensier l'anima poi.

Il nome vostro con gli effetti suoi,

la condizione, e le fatiche appresso,

ch'i' vidi alle mie esser somiglianti,

non mi si sono partite po' davanti;

e altre cose, ov'io pensava spesso

a mio conforto stesso,

la mente fugge, e pur qui su ricorre,

e non mi so disporre

quel ch'i' mi faccia; e tormentoso vivo

s'i' dormo, o vegghio, o canto, o leggo, o scrivo.

-

Amor, che ne' vostri occhi stava armato

per saettar la semplice mia mente,

mi dié 'l colpo possente,

ond'io non credo ma' poter guarire.

Io non me ne guardava certamente,

fin ch'io sentii 'l mio cor tutto squadrato:

e non arìa pensato

così nel primo assalto sbigottire.

I' sentii dentro a me nuovo disire

esser creato, e nuova signoria,

che sospigne me stesso oltra mia voglia;

e poi m'è giunta una incredibil doglia,

d'un'aspra ingiuria e di gran villania,

che la persona mia

ha ricevuta contro ogni dovere,

perciò a sostenere

si spezzerebbe in questo doppio assalto

un cuor non che di carne ma di smalto.

-

Ora a questi novelli aspri martiri

pariemi un refrigerio aver trovato,

venendo spesso in lato,

ov'io potea vedervi e non parere,

siccome io era, d'amore infiammato;

e' mie' cocenti e dubbiosi disiri,

e' gravosi sospiri

potevano uscir fuori a lor volere

sotto coperta di cagion non vere,

bontà di quella, che del nome mio

è nominata, a cui io gran ben voglio.

Or la mia nave ha percosso in iscoglio,

e spezzata è la vela, e 'l vento rio

mi soffia contro, ond'io

non son contento mai ch'a mia cagione

sì dura offensione

ella abbi ricevuta a sì gran torto,

ond'ella n'ha vergogna, e io son morto.

-

Quel vento alla mia nave m'ha percosso,

che mi dovria dagli altri far sicuro,

e come fermo muro

l'altrui ingiurie a suo podere storre;

però di gran tristizia mi sfiguro

di lagrime bagnando il volto e 'l dosso;

e dovrei aver mosso

col vento de' sospiri ogni gran torre.

E veggo ben che 'nver la morte corre

la misera mia vita senza fallo.

Or, per soperchio, donde Amor m'abbatte,

e per le 'ngiurie (po' che mi son fatte

da cui io non potre' mai meritallo),

madonna, in questo stallo

io mi ritruovo sì d'angoscia pieno,

e sdegno, che non meno

che per gran rabbia le carni mi rodo

chiamando morte a romper questo nodo.

-

Però, madonna mia, mi perdonate

s'a troppa sicurtà vi paio scorso,

ch'al mio dolor soccorso

né rimedio ci trovo altro che 'l vostro.

Vo' mi deste dapprima il duro morso,

onde l'altre fatiche mi son nate,

e sì multiplicate

che nol diria con lingua o con inchiostro.

Ond'io se la mia piaga non dimostro

al medico, che sa e può curarla,

potrebbe diventar cosa mortale.

Altro che 'l vostro aiuto non mi vale,

altro che voi non potrebbe sanarla.

Dunque se troppo parla

la lingua, che dal cuor sospinta viene,

a voi, donna, conviene

aver per iscusate le parole,

che son messagge del cuor che si duole.

-

Vattene, canzon mia, al verde lauro,

ch'alla sua ombra il cuor m'agghiaccia e strugge,

poich'al mi' andar Fortuna s'attraversa,

e contale la mia doglia perversa,

e dille come la mia vita fugge,

e come morte augge

tutte mie membra, e posto m'ha l'assedio,2

se non mi dà rimedio

o co' begli occhi, onde guardar mi suole,

o col suon delle angeliche parole.

-

35*

- -

S'io potessi di fuor mostrare aperto

gli orribili martiri,

ch'io sostegno nel cuor, madonna mia,

maravigliar fare'vi, e so per certo

che non senza sospiri

legger potreste la scrittura pia,

ripensando sovente ch'a me sia

convenuto negar quel ch'io più bramo.

Or più che mai mi chiamo

nimico di Fortuna e di me stesso,

fuggendo quel ch'io bramo e ho promesso.

-

Non so di cui doler mi debba in prima,

o del folle disio,

che tanto stoltamente mi trasporta,

ponendo mia speranza in quella cima,

dove mai il poder mio

salir non può, ché sua virtù nol porta;

o della ria Fortuna tanto accorta,

ch'a tutte le mie imprese s'attraversa,

e 'n fondo mi riversa,

troncandomi del cuor ogni speranza,

ch'a mia beata vita dié sostanza.

-

Ella ha ver me quegli animi infiammati,

non ragionevolmente,

ch'a mio fallir dovriano essere scudi,

e poi dall'altra parte ha stimolati,

con atto irriverente,

i rustici insensati, alpestri e rudi,

per false conietture e segni nudi

di ciascun verisimil fondamento;

onde, s'i' mi spavento

dal luogo dove Amor m'invita e mostra,

il fo per conservar la fama vostra.

-

E non crediate che viltà di cuore

a questo punto m'abbia

dal voler primo indietro risospinto:

ché se 'l furor, ch'è dentro, così fore

mostrasse la sua rabbia,

ciascun di noi l'infamia avrebbe tinto;

ma 'l fren della ragion in questo ha vinto,

ché la 'ngiuria e l'amor non m'ha commosso,

e ben sostegno addosso

d'ambedue queste cose tanto incarco,

ch'ha troppo teso e presso rotto l'arco.

-

La vile e bassa condizion di quelli,

che sottoposti sono,

sempre contro a' maggior d'invidia accende,

e falli calcitrando esser ribelli

al magnifico trono

di quel Signor, che le sue grazie spende

diversamente quanto si distende

del suo voler l'ineffabile avviso.

Dunque mirando fiso,

qui nuoce invidia, e non altro rispetto,

che contro al suo maggior move il suggetto.

-

L'ardentissimo fuoco, ond'io sfavillo

parole sì cocenti,

e la turbida nebbia degli sdegni,

che del mio petto sereno e tranquillo

ha mossi tanti venti

di sospir gravi e fatti gli occhi pregni,

non m'è sì duro, ch'agguagliar convegni

a quel ch'i' ho di voi pe' grandi errori,

che' vostri servidori

con tanta irriverenza hanno commessi

di parole e di fatti troppo espressi.

-

Non perciò dico che vostra clemenza

si turbi o si commova

contro del lor fallire a far vendetta;

ma con dolcezza loro sconoscenza

domar sia vostra prova,

che tanto eccesso più non si commetta;

sicché la vostra fama pura e netta

per lor falsi sospetti non offuschi:

se sono in vista luschi

chi ha due occhi non voglian guardare,

ché saria cosa da non comportare.

-

Fortuna cogli ostacoli nocivi

potrà ben dipartire

la corporal presenza spesse volte;

ma perché suo poder tutto sia quivi,

non potrà conseguire

che l'anime congiunte sian disciolte.

Or per non abbondar parole molte,

priego, s'a voi mio priego è nel cospetto,

che ciascun fatto o detto

contra di voi 'nfin qui dimentichiate,

e me per vostro servo sempre abbiate.

-

Va, canzon mia, dove que' che ti manda

più tosto andar vorrebbe,

ma 'l suo andar sì giusto non sarebbe.

-

36*

- -

Donna, nel volto mio dipinto porto

l'un de' gravi dolor che men m'agghiada,

e però non v'aggrada

lasciar a quel cotanto sopraffarmi;

ma a quel ch'i' ebbi dall'aurata spada

per man d'Amor, che m'ha già presso a morto,

non è mica gran torto,

più ch'i' non fo, doglioso dimostrarmi;

e non mi val che di fortezza m'armi

or contra l'uno, or contra l'altro assalto,

ché vinto l'uno e l'altro mi ratterra;

ma pure in questa dura e aspra guerra

il mio valor crescerebbe tant'alto,

che mi faria di smalto

a' colpi che di fuor Fortuna croscia,

se la maggiore angoscia

non fosse dentro alla piaga mortale,

dove giunse d'Amor l'aurato strale.

-

I' non avia provato ancora quanto

le 'nvisibili fiamme son cocenti

e le voci dolenti,

che 'l mantaco d'Amor soffiando spiri.

Tutt'altre doglie e tutt'altri tormenti

mi paion nulla, e ciascun altro pianto

mi pare o riso o canto,

verso questi incredibili martiri.

Lasso! che più non so dov'io m'aggiri!

fedito son dalla lancia d'Achille,

che chi da niun suo colpo era percosso,

per suo rimedio un'altra volta addosso

simili piaghe convenia sentille:

così quelle faville,

che mi son da' vostr'occhi al cor piovute,

mai non aran salute,

se da quegli occhi in quel medesmo loco

non piove un'altra volta un simil foco.

-

Se le mie rime pur la quinta parte

della pietà, con che le manda 'l core,

vi mostrasson di fuore,

non le potresti udir che non piagnessi;

ma elle perdon la voce e 'l tenore,

e non ho tant'ingegno né tant'arte,

che le povere carte

possan mostrar gli orribili processi,

donde 'l mio core è 'n bando di se stessi,

d'altrui pensando e sé abbiendo in ira,

come colui a cui di sé non cale.

Quest'è la vesta orribile e mortale,

che a Ercule mandò già Deianira,

la qual né per sua ira,

né per suo ingegno dalla propria carne

poté poscia schiantarne,

fin che l'ossa e la carne e 'l corpo tutto

come cera dal foco fu distrutto.

-

Ben veggh'io or l'autentica scrittura,

di chi parla d'Amore, esser verace,

dicendo che 'l fallace

laccio d'Amor non lega uomo occupato,

ma chi si posa in ozio e dorme e giace

pigliando spasso senza grave cura;

Amor si rassicura

verso di lui e mettesi in agguato,

fin che l'ha di sue frecce trapassato,

e torna alla sua madre sorridendo,

come vittorioso e buon guerriere.

Misero me! che per riposo avere,

dal luogo, dove gran fatica prendo,

mi partii non credendo

uscir del fuoco e rientrare in fiamma,

che dì e notte m'infiamma,

non trovando riposo a' dolor miei

se non là dove io gli raddoppierei.

-

L'eccesso di dolor, che 'l cuor mi spezza,

quanto più gli racchiudo, più rinforza;

e giammai non s'ammorza,

ma come foco in fornace profonda,

se fuor non esce, più dentro s'afforza,

e contro a sé riflette sua caldezza,

e l'aspra sua empiezza

squadra le mura e ciascheduna sponda.

Così, perch'io la mia pena nasconda

e l'affanno incredibile e 'l martiro

che per la bocca e per gli occhi sfavilla,

sento il dolor, che crescendo s'immilla;

e 'l vento accolto per fare un sospiro,

s'io lo stringo o ritiro,

mena po' dentro al cor tanta tempesta,

che d'un sospir che resta

n'escono po' cento impetuosi e maggi,

che svellerebbon querce e pini e faggi.

-

Ma lasso a me! ch'al medesimo grado

non corrisponde il dire a quel ch'i' sento;

e pur saria contento,

ch'almen fosse creduto quel ch'i' dico

dalla mia donna, in cui mi pare spento

d'Amore 'l foco, e non le sono a grado;

sicch'io indarno bado,

ché del mio lamentar non cura un fico.

Ma io non credo aver sì gran nimico,

che se ascoltasse 'l mio acerbo dolore

a tenera pietà non si movesse;

e questa, che già vide, udì e lesse

quel ch'io sostengo, e sol per suo amore,

e vedelo a tutt'ore,

e per udita e per esperienza,

non muta sua sentenza,

ma sorridendo dice: «A maggior male

men doglia basterebbe, o altrettale».

-

S'io credessi ch'Amor per mio pregare

fra noi dirittamente giudicasse,

io dire' che cavasse

del suo turcasso una saetta d'oro

e 'l cuor della mia donna trapassasse,

per veder che difesa saprie fare;

e dovesse lanciare

a me con la 'mpiombata per ristoro,

ché dov'io or nel viso mi scoloro

per l'orata saetta, ond'io son punto,

e ella ride, ch'ha quella del piombo,

io udire' de' suoi pianti il rimbombo,

che 'nfino a' mie' orecchi saria giunto.

Allora in questo punto

vo' credereste a me, madonna mia,

e all'angoscia ria

per dar rimedio avrestimi risposto,

e non che tardi, ma per tempo, e tosto.

-

Ritruova, canzon mia, quel freddo marmo,

in cui raggio d'amor non par che spiri,

e dille i mie' martiri,

che la sorella tua mal par che conti;

e se ti par che la pietà sormonti,

chiedile umilemente una risposta,

e po' dì che nascosta

ti tenga quanto può a suo talento,

ch'amore e fede in ogn'uom truovo spento.

-

37*

- -

Nascosi son gli spirti e l'ombre tolte

di fronde agli albuscelli

dal poco amico inverno e da' suo' nati:

ma non senza cagion le 'ngiurie molte

fatte gli son da quelli

per dargli maggior merti e più onorati.

Ma s'io ben seguo gli amorosi stati,

di te è similitudo,

che con affanno e sudo

ha' con Amor più tempo conversato.

Or è tolto l'usato,

poi che la iddea Pallas t'ha promesso,

Venus e Mars e Pallas dier concesso!

-

Hanti fatto principio grazioso

senza pigliar lunghezza

o altro tedio sopra tua procura.

Ben che i' degno fosse a star nascoso,

tuo prudenza e bellezza

a me donato fu farne figura.

Ma ben ch'a me sia grave tal ventura,

per non disubbidire

all'amoroso Sire

con riverenza acconterò gli onori

che ciascuna di fuori,

in disparte, ti fer le dee amiche,

sì che onoralle possa in tuo rubriche.

-

Quella vezzosa dea Venus, sorella

ch'è del vago Piacere,

Amor ti porse, nella prima vista,

nel viso di colei, leggiadra e snella.

Sempre ti pare avere

colorata, nel cor, d'amor suo lista:

ben ch'io conosco in cui sempre s'attrista,

quando privasti il passo

col petto sodo e masso,

facendoli austrar piazinga terra,

sì che virtù disserra,

ché, prima ch'ogni onor fatto le sia,

di tal donna t'ha fatto cortesia.

-

Invocar dee, come fervente amico

delle battaglie, Marte,

sì come provvedente a più ragione:

che comprese tuo mente, sì pudico,

che ti rogò le carte

di quella armata, senza far quistione:

non facendo d'alcuno altro menzione,

ma difinendo, spero,

che in istato sincero

verrai della tua donna per prodezza,

tra pel suo senno e per l'altrui mattezza.

-

Mostrò Pallade alla promessa grazia

fusse fervente e tosta,

con l'altre sue compagne, a farti onore.

Sì come imperial suo veste spazia,

e suo corona ha posta

sopra la vaga donna, ch'ha 'l tuo core.

Po' l'usate ricchezze trasse fore

dal lor padrone antico,

ed a te, come amico,

ligittimolle, e tu il passo largisti

con vaghi color misti.

Questa beata dea nudritti a guisa

che sempre dei portar la sua divisa.

-

Dolce canzon, per cui suggetto stato

son notti e giorni alquanti,

vanne a colui, per cui mi ti fé servo.

Te gli offerrai sì come il più onorato,

e me a' prossimanti

gli dona come amico col tuo verbo;

e dì che mi gli serbo

sì come amico in segreto e 'n palese,

qual fen le dee, che preson sue difese.

-

38*

- -

Subita volontà, nuovo accidente,

volonteroso desider di fatto,

velocissimo e ratto,

Amor chiamato da ciascuno ignaro,

figurato se' ben propriamente

come dipinto se' stato ritratto;

sicché la forma e l'atto

risponde a te sanza nessun divaro;

onde color che prima ti formaro

conobbon tua natura per gli segni,

ché or ridi e or piagni,

ora scherzi, or t'adir come fanciullo,

che veramente segue ogni trastullo.

-

Quantunque falli, non è maraviglia,

chi ben riguarda le tuo condizioni:

le tuo operazioni

rispondon bene a te secondo el vero.

Tu se' dipinto con velate ciglia,

fanciullo ignudo, con piedi ad unghioni

pungenti più che sproni,

sempre con l'arco a saettar leggero,

ché vai vagando senza alcun pensiero

come colui in cui non è fermezza:

e la tua parvolezza,

trascorre sempre dove tu no 'ntendi,

figura il viso e gli occhi, che tu bendi.

-

Tua stolta volontà di voler vano,

l'essenzia tua essendo figura oscura,

palese rifigura

il nudo aspetto della tua sembianza.

O falso nome di volere umano

chiamato Amor, sollecita paura

fuor d'ogni dirittura,

volubile disio pien d'ignoranza,

fanciullo detto se' per la tua usanza.

Li momenti da cui sono commosse

le subite percosse

da tentazioni furiose e carnali,

non rappresentan altro gli tuoi strali.

-

Ahi quanti e quali mille volte e mille

n'hai mal condotti, vanità disfrena,

per far tua voglia piena,

e quanti n'hai condotti a mortal pena!

Chi da riprender più che 'l grande Achille,

credendo in te che giammai Pulisena

portasse una sol vena

d'amor, che morto avea suo maggior bene?

Ahi quanto arriva mal chi non s'astene

da tue bramose volontà moleste!

Per tuo forti tempeste

trecento mila tra greci e troiani

s'uccison mortalmente come cani.

-

La stoltizia tua mostrò Sansone

come bambin che nulla ha resistenza,

ché tutta sua potenza

e tutto suo podere abbandonone;

e per seguir tua voglia Salomone

perdé tutta la sua sapienza

e la divina Essenza

volonterosamente rinnegone.

Tu sempre fuggi da ragion, con fone

tenendo presi gl'ingannati affetti,

e sì li tieni stretti:

però dipinto se', come tu pigli,

co' piedi armati di pungenti artigli.

-

Per tuo voler fu cacciato Saturno,

Loferno ucciso per le man di Iuditte,

per te 'l signor Davitte

tradì, adulterò, fé omicidio,

per te fu morto il valoroso Turno,

per te le forze a Tarquinio sconfitte,

per te furon trafitte

le belle membra a Assalon, mal Cupido,

per te s'uccise la reina Dido,

per te suo padre abbandonò Medea,

per te il giovane Andrea,

fu si può dir pur ieri strangolato,

e tutto il regno suo vituperato.

-

Morto ne venne l'alto re Artù,

con cento milia cavalier pregiati,

seguendo i tuoi agguati,

sempre l'un l'altro a libito sconfisse:

principio d'ogni mal sempre se' tu,

trasciolta voglia corrente a' peccati.

Per te fur dinotati

li primi padri, che Dio maledisse:

per te fu sempre quanto mal si disse

dice e dirà mai per sino al fine:

ma le virtù divine

ti cacceran dal mondo (e così sia),

come tu se' cagion d'ogni resia.

-

Canzon, va palesando questo Amore,

dico di quel ch'ha le luci velate,

le membra travisate,

come di sopra figurato scrivo.

È una vanità piena d'errore,

volonterosa e serva libertate

di varia vanitate,

piacer corrotto e d'intelletto privo,

a chi più il serve disider nocivo,

disordinato, contr'ogni virtute,

nemico di salute.

Però chi ama onor da lui si guardi,

prima che 'l senta, ché poi saria tardi.

-

39**

- -

O fior d'ogni città, donna del mondo,

o degna imperiosa monarchia,

o quale in tua balia

Asia tenesti, Africa e Europa,

come di sì alta se' tornata al fondo?

com'io non veggio sì gran signoria?

come tua baronia

non par che al tuo voler si mostri o scuopra?

Ahi sangue sparso di figliuol di lupa

tu fosti cagion prima a tanti mali!

Tu li colpi mortali

poi riducesti alla civil battaglia,

qual fu di Mario, Silla o di Tessaglia.

-

Ove i due gentili Scipioni,

ov'è il tuo grande Cesare possente?

ove Bruto valente

che vendicò lo strupro di Lucrezia,

Furio Camillo e gli due Curioni,

Marco Valerio e quel tribun saccente

Quinto, Fabio seguente,

Cornelio, quel che vinse Pirro e Grezia,

Publio Sempron colla vinta Boezia?

Il fedel Fabrizio, Fulvo, Quinto Gneo

Metel, Marco, Pompeo,

Porcio Caton, Marcel, Quinto Cecilio,

Tito Flaminio e il buon Floro Lucilio?

-

Ov'è il gran consolato e' senatori,

ove quel grazioso Ottaviano,

ove il grande Traiano,

e Costantino valoroso Augusto?

ove le dignitadi e gli altri onori,

ove quel Tito e quel Vespasiano,

e 'l magno Aureliano,

e Marco Antonio, sì benigno e giusto?

ov'è il nobil oratore Sallusto,

ove il facondo Cicero primero?

e il Massimo Valero

e Tito Livio e gli altri signor grandi?

dove son l'ali tue, che non le spandi?

-

O iddea Giunon, nimica de' troiani,

o misero il tuo duca di Cartagine,

o dolorosa imagine,

quanto fu amara nel tuo tristo lume!

quando Appio Claudio con gli altri romani

della tua gente fer tanta voragine,

come con certa imagine

mostrò il Metauro, sanguinoso fiume.

Tu vedesti per l'aere far velume

ne' tuo castelli la fraterna testa.

Deh, dov'è la gran festa,

ov'è 'l trionfo di Sempronio Gracco

che fé degli affrican così gran fiacco?

-

Reggevi Macedonia con Galazia,

Egitto, soriani e cappadoci,

li franceschi feroci,

bitini, lusitani, iberi e persi,

illirici, celtiberi e Dalmazia,

li numantini e li parti veloci,

e variate voci

d'altri reami e paesi diversi!

Ove sardeschi e mauritan conversi,

ircani, arcadii e pelasgoni,

armeni, libani e calcedoni,

indi, mesopotami, arabi e scite,

e gente, più che qui sono, infinite?

-

Or se' senza l'imperiale bacchetta,

e papa e imperador di te non cura:

or se' rimasa scura

e senza luce di cotanto pregio.

D'ogni scienza fosti madre eletta,

della morale e poi della natura:

or te la toglie e fura

Parigi e' bolognesi, come io veggio.

Firenze e' perugin dell'alto seggio

t'han già cacciata e tolta la corona;

e ogni altra persona

di te si beffa, perché 'l ben comune

ciascun ti toglie, e 'l mal far non si pune.

-

Chiunque che ami tanto questa donna,

e poi ciascun, ch'è suo ver cittadino,

Colui che è uno e trino,

umilemente preghi, ch'El si degni

renderle parte de' perduti regni.

-

40**

- -

Cara Fiorenza mia, se l'alto Iddio,

da cui ogni perfetto ben discende,

non procura e attende

contro la tua veloce e ria fortuna,

i' ti veggio venire a punto ch'io

già piango per lo duol che 'l cor ne prende;

il qual tanto mi offende

ch'alcun diletto meco non s'aduna.

Per te non è chi mova cosa alcuna

ch'abbia in sé valor, né alcun bene:

e questo è quel per ch'ogni mal t'avvene.

-

Come potrestu mai prender salute

contra' nemici tuoi che t'hanno morta,

quando dentro alla porta

del tuo bel cerchio ogn'uom fatt'è scherano?

chi ti difende ch'abbia in sé vertute?

o chi in tante ruine ti conforta

dov'io ti veggio scorta

per mala guida di consiglio strano?

Certo, s'al proprio ver no' riguardiano,

gente non degna d'abitar tuo nido

son la cagion di questo amaro strido.

-

Mentre che fusti, Firenze, adornata

di buoni, antichi, cari cittadini,

i lontani e' vicini

adoravan Marzocco e' tuo figliuoli:

ora se' meretrice pubblicata

in ogni parte, infin tra' saracini.

Omé! che tu ruini

pe' tuo peccati in troppi eterni duoli.

Deh, ravvediti ancor, ché puoi, s'tu vuoli;

e fa che tu sia intera e non divisa,

e muterai di pianto in dolce risa.

-

Ov'è prudenza, fortezza e giustizia

e temperanza e l'altre suore loro,

ch'erano el tuo tesoro

quando volevi dimostrar tua possa?

Tu l'hai cacciate via con avarizia,

con superbia e lussuria, nel cui coro

tu vivi e fai dimoro,

per che ti rodon le midolla e l'ossa;

e non temi giudicio né percossa

dell'eccelso Signor, che t'ha più volte

di molte imprese le vittorie tolte.

-

I' mi vergogno ben di ciò ch'i' parlo

considerando ch'i' son di te isceso;

ma il soperchio del peso

del grave oltraggio che sostien m'induce.

Se' tu sì cieca che non vedi el tarlo

cascar dell'ossa tua sanza conteso?

Non vedi stare inteso

ciascun vicin per cavarti la luce?

Deh, muoviti a pensar chi ti conduce

e a che punto se' per lor difetto,

e scorgerai s'è ver ciò ch'io ho detto.

-

Canzona, i' so che letta tu sarai

da molti, che la tua sentenzia chiara

parrà molto amara,

perché de' vizi lor dicendo vai:

ma, se tu truovi alcun che sia gentile,

parla con lui, ch'e' non t'avrà a vile.

-

41*

-

[L'AVE MARIA]

- - -

La dolce Ave Maria di grazia plena ,

-

Dominus tecum , la qual fu salute

che 'l primo fallo e noi trasse di pena,

-

acciò ch'al mio prencipio die virtude,

come bisogna, perché l'alma viva

fuor di miseria e delle genti crude,

-

divoto priego, ch'alla vaga riva

di coscienza, con pietà rassegna,

guidi la barca mia di porto schiva;

-

e scaldimi del sol ch'eterno regna,

lo qual risplende in ciaschedun cristiano,

che solo in dargli tre palme s'assegna.

-

La prima delle qual sia il senso umano,

mostrar del suo peccar contrito core,

con occhio lagrimoso e spirto sano.

-

Seconda sia in confessar l'errore,

ch'ha sotto volontà posto el talento,

né, perché grave sia, farlo minore.

-

La terza sia in disiar contento,

lo confessato e lo pentuto fallo

purgar con opra, e poi tenerlo spento.

-

E quest'è 'l bianco e meritato callo,

quest'è 'l diletto del giusto appetito,

che degno canta nel beato ballo.

-

Dinnanzi a queste non vince partito

la fiera lupa delle sette branche,

con le quai artiglia il più romito.

-

Quest'è superbia, avarizia e anche

lussuria, invidia e la bramosa gola,

ira e accidia, ch'avverar son franche.

-

Di fuor si mostran vaghe sì che 'nvola

dell'intelleto nostro l'occhio pio,

dal buon rispetto ch'al superno vola.

-

L'umana sorte fa di lor disio,

onora e loda chi n'ha maggior soma

e piglia maggior pesci di tal rio,

-

senza rispetto di Colui che doma

con l'alta chiova ogni animal feroce

e che ci scorse alle vietate poma,

-

lasciandosi per noi por nella croce,

ferir e fragellar fin nella morte

-

ch'al Consummatum est aperse voce.

-

Dalla qual risurgendo spezzò porte

del scuro Limbo, scarcerando quegli

che degni ritrovò per giusta sorte.

-

E montando nel ciel lasciò a noi i gigli

delli Apostoli suoi, che fero al mondo

la via che drizza agli eterni consigli:

-

col Padre e Spirto Santo è Quel giocondo,

e Elli in Lui, sicché son tre in uno,

e uno in Trinità indiviso e tondo.

-

Ivi è giustizia senza manco alcuno;

iv'è misericordia e valor tutto,

che merita di noi il bianco e 'l bruno.

-

Ivi è la Madre di quel dolce frutto,

che con piatade sempre grazia acquista

alla miseria d'esto mondo brutto.

-

A cui intendo di drizzar mia vista

con le dolci parole di colui,

che 'nanzi al nascer suo fu profetista.

-

Lo qual gli disse, com' fu innanzi a lui:

-

« Benedicta tu in mulieribus ,

-

et benedictus fructus ventris tui »,

- -

flettendo sé 'n Helisabeth visceribus ,

-

« et unde mihi hoc , che El me vene

-

a visitar, pre ceteris muneribus ,

-

la Madre del Signor d'ogni mio bene?»

finendo qui la vera profezia,

ch'al grembo verginal raffermò spene.

-

Così io, con fedele melodia,

dico: «O sopra tutte benedetta,

per Spirto Santo eletta Madre pia

-

del benedetto frutto che in distretta

del ventre tuo si pose, fin ch'El nacque

e prese carne umana, pura e netta!

-

S'io ben comprendo, tu se' il mar dell'acque

che drizzan corso per lo sommo regno,

e se' ciò che 'n valor virtù compiacque.

-

Tu se' la fede dello cristian segno,

tu se' speranza al giusto e al peccatore,

e se' di carità perfetto ingegno.

-

In te è sapienza, in te prudente fiore,

in te intelletto, in te magnificenza

e magnanimità con grande amore.

-

Tesor se' sommo di somma prudenza;

la qual soccorri ispesso innanzi al prego

a chi ti porta, com' dea, reverenza.

-

Non è benignità che non sie teco;

non è umilità, né tenerezza,

non è perfetto ben s' tu non se' seco.

-

Tu se' splendor di superna chiarezza,

diletto incomprensibil di quel trono,

-

che canta Osanna nell'eterna altezza.

-

Ciò che tu dai è perfetto dono,

né mai sdegni l'udire a chi ti chiama,

né pagan, né giudeo, se vuol perdono,

-

perché sempre se' verde e ferma rama,

alla qual chi s'appiglia mai non cade,

e sempre prieghi per ciascun che t'ama.

-

Ond'io, o donna, o fonte di pietade,

ben ch'io fra' peccator grave mi senta,

vegno divoto alla tua maestade;

-

e col core e colla mente intenta

in tutto a te confesso il mio peccare,

che sanza freno cavalcar contenta,

-

lasciandomi più volte incatenare,

per gran lascività, lo mie intelletto;

e dove più conosce, è più fallace,

-

pigliando di malizia ogni diletto.

Né mai d'altrui miseria a coscienza

guardo, ovver dimostro aver rispetto;

-

d'ogni vergogna certo ho sperienza,

senza memoria delle somme scale,

né mai la mente drizzo a penitenza.

-

E 'l bianco e 'l biondo e l'aver criminale

involgon vaga mia fatica e voglia,

ed a me paion virtù cardinale!

-

Lo mio arbitrio di virtù si spoglia,

non veggio, senza te, che mai l'adorna,

e santa corte tra lor me raccoglia.

-

Però, Vergine eccelsa, in cui soggiorna

-

ciò che 'n excelsis lo tuo figlio onora,

-

e odi il Miserere ch'a te torna,

-

ricevi il priego mio, ch'a fé t'adora;

e come tu dicesti: «ecco l'ancilla»,

così mi scalda del tuo foco ognora,

-

lo quale in carità tanto sfavilla,

ch'attuta e vince li furor mondani,

e tocca il cor con divina scintilla.

-

Drizza la mente mia a quelli arcani

consigli e spirti che l'anima affetta,

e più la trae de' viluppi umani.

-

Non mi lasciar l'error, che doman spetta,

e mi dà penitenza e confessione,

perché subita vien mortal barchetta.

-

Cancella in me la falsa oppinione:

dammi ch'i' pianga e contrito sospiri

gli mie' trapassi e gravi offensione.

-

Dammi diletto di sentir martiri

di mia malizia e di mia acerba possa,

e di seguir col cor li tuoi disiri.

-

Non mi lasciar tener mia colpa grossa;

dammi franchezza tal ch'i' la discolpi,

come bisogna a sì feroce mossa.

-

Non consentire all'insidiose volpi

gli agguati doppi, ch'all'anima mia

han posti e pongon, ché foco la spolpi.

-

Poi quando a Dio parrà che 'l mio fin sia,

perdon ti cheggio e che per mia vittoria

sempre la faccia tua 'nante mi stia.

-

La qual discacci quel ch'inferno storia,

e me conservi così fermamente,

come bisogna ad acquistar la gloria

-

del tuo Figliuolo e Padre onnipotente».

-

42*

- -

Amico, se tu vuogli avere onore

o signoria di terra,

con volontà fa guerra

e co' ragione pace:

a questo modo è l'uom signor verace.

-

Bisogna all'uom, che vuol avere effetto

di cosa alcuna, saper la ragione

del disiato fine: avrà diletto

dopo 'l saper se fa l'operazione;

come sta sopra sol per la ragione

d'ogni brutto animale

l'uom ch'è razionale,

così l'uom, ch'a dovere

vive, e' sta sopra' servi del volere.

-

Creder non dei ch'alcun per gran lignaggio

di signoria ricever debba onore,

ché da natura non procede omaggio,

ma vizio servo, e virtù fa signore:

ché Dio libertà mise in uman core

e discrezion ch'elegga

lo bene e 'l mal corregga,

onde chi sé non doma

convien di servitù che porti soma.

-

Da gran necessità el male ordinato

e 'l ben disposto al signor fue sommesso,

a ciò che di vertù fosse esaltato

lo buono, e 'l rio punito de l'eccesso;

-

fu solo a quel signo r regnar comesso

che visse virtuoso,

sanza ordine abandona

la signoria e servitù lo sprona.

-

E ragion dei e ordine servare

po' che da lor procede signoria:

invoca Idio dunque nel cominciare,

e 'l tuo volere a te non soprastia,

e se hai cupidità, cacciala via,

e sieti sempre dura:

se già nolla sicura

ragion tua cominciata,

nolla seguir, s'è non ben cominciata.

-

Fa che ti rechi dentro dalla mente

lo peso che portar dei sopra ispalle,

e l'ordine dispon primieramente

lo qual servar farai per ogni calle,

ché leggermente da mont'e da valle

colui sale e discende

che ben provede e 'ntende

ciò ch'essergli può incontro

-

Gravi compagni a' tuo consigli eleggi,

savi che d'esso 'ficio sieno isperti,

e famigliar, che quando gli correggi,

contra tua voglia già nessuno concerti

e tu di gastigargli non ti perti:

questo vidde congiunti

ché, perché non sono punti

de' falli gastigati,

molti signori han già vituperati.

-

Habito prendi ch'a tua dignitade

s'avenca: in signor vole apparenza.

Usa costumi di nobilitade

entro, benché non sien di vile essenza;

-

e' famigliari che tuoi riverenza

ti faccin a tutt'ore

ma più quando esci fuore:

se non ti riverisce

quel d'entro, quel di fuor non t'ubidisce.

-

Il tuo collegio a te spesso raguna;

dimanda lor di quel che tu non senti,

a ciò che se fallassi in cosa alcuna

tu ponga all'ammendar gl'intendimenti.

Mostra che' lor consigli ti contenti:

non parrà ch'avvalere

tu vuogli nel tuo dire:

alcun ben che ti spiaccia,

dimostra almen che 'n qualche parte piaccia.

-

Kara ti paia ogni cosa non vile:

-

voglia per buon consiglio sempre fare,

siasi chi vuole giovane o sinile,

volere d'ogni cosa adimandare:

a ciò provedi loco che ti pare

segreto e più adatto

per lo miglior del fatto;

eleggi tempo e punto

coll'uom che alla ragion sia più congiunto.

-

L'usanza a te di terra sottoposta

onorerai non come di villani:

fara'ne cortesia, ché poco costa

e vale assai, cogli loro anziani,

e simile cogli altri terrazzani:

tengonsi ad onoranza,

se veggon che possanza

gli onori: a te gli trai

e non da men giustizia gli farai.

-

Mira e guarda, se è ispeziale

grazia chiesta, che giustizia porti:

nolla prometter ma con generale

risposta fa che 'l chieditor conforti:

saggio signore ha gli costumi acorti,

grazioso in parole,

e' fa quel che far vole:

ha lingua graziosa,

piacere e giustizia fa in ogni cosa.

-

Non ti turbar per cosa che tu vegga,

sì che in giustizia far non fosse errante:

l'altrui fallizie in te virtù non spenga:

s'alcun si duol non ne mutar sembiante,

che non è sanza pace

e giustizia verace;

e l'uom che l'ira tiene

vero conoscimento non mantiene.

-

Ordina il vero della tua famiglia

sì ch'abbi il suo bisogno la natura:

e secondo il salaro l'assottiglia

che troppo e poco non sconci: misura

e tempo e modo d'avere procura;

veduto è dell'assai

aver tormento e guai,

e del poco ordinato

venir letizia, per tal modo, e stato.

-

Paia tua faccia e 'l viso sempre chiaro

a mensa, e non garrir per masserizia:

sovente el vino dolce 'venta amaro,

quando chi 'l dà ne dimostra tristizia;

se poc'ha' ispenditore in avarizia,

o per la spesa larga

contra dovere isparga,

e aveditene a mensa,

in altro loco d'amendarlo pensa.

-

Quando bisogna, fa ciascun servire,

secondo e gradi, a mensa, in ogni loco:

dimolte cose, ch'a viltà t'è dire,

falle 'l donzello e 'l berroviere e 'l cuoco:

lo proveder bisogna è cosa poca

e fan per te onore;

se mancan di signore

è talor troppo danno:

credi ch'i' so come le cose vanno.

-

Ricorda all'offizial che fermo credi

che 'n tutto sia leal suo portamento:

sollecito lo fa, ispesso lo vedi;

gli famigliar, fatto 'l comandamento,

prima ch'a Dio non faccian spiacimento,

secondo suo timore,

a te facciano onore:

amico mio, fratello,

l'un l'altro mischia non facci con ello.

-

Strigni che gioco né furto si faccia

in casa, e nollo rompan con puttane:

fuor modo el mormorio in tutto si faccia

onde procedon solo cose vane:

e tu provedi di sira e da mane,

e fredda lor bisogne

secondo ragion pogne:

mira poi più cagione:

a chi fallasse, dagli punigione.

-

Tenga ciascun sue arme apparecchiate,

sia presto ov'è bisogna d'ubbidire,

per esseguir le cose comandate;

sanza persona singular servire,

a lor non si potrebbe tanto dire;

ma chi non vuol far male,

viva netto e leale;

non può far se non bene,

e se altro fa, non merita gran pene.

-

Ultimamente, s'ordini e disponi,

fa ch'a te stesso non sie mentitore,

e fa d'aver onore, e 'l cor proponi:

fa che dell'ordin sia el mantenitore.

Saranne per ragion guadagnatore

s'al buon consiglio credi

e di sé ti provvedi:

però che ciò facendo

a casa tornerai d'amor godendo.

-

43*

- -

SONETTO DI MESSER GIOVANNI BOCCACCI DOVE IN PERSONA D'ANIBALLE PARLA A SCIPIONE INANZI CHE COMBATTESSONO, QUANDO PARLAMENTARONO.

- -

I ciel, gl'iddii, l'età e la fortuna,

secondo ai tuoi disiri, Iscipione,

ti tiran forse fuor d'ogni ragione

a non voler con noi concordia alcuna.

-

Ma se le mie vittorie ad una ad una

narrassi e la presente condizione,

forse porresti giù l'oppenione,

che splendida ti mostra la via bruna.

-

E vorresti più tosto certa pace

che speranza seguir talor fallace.

- -

RISPOSTA DI SCIPIONE AD ANIBALE PER MESSER GIOVAN DETTO.

- -

Anibale, le paci che rompesti

dislealmente a Sagunto mi fanno

certo che per punire il tuo inganno

arò gl'iddii alla mia gloria presti.

-

E come allora pace non volesti,

ancora a Roma servir ti faranno:

così acquistan color che non sanno

ne' lor tempi felici esser modesti.

-

Com'io t'ho qui d'Italia tirato,

così penso por fine al tuo stato.

-

44*

- -

Disposto sum, fin che l'ontosa morte

verrà per me, servir sta ninfa bella

e comportar il mal che mi flagella,

mentre che a tempo lei più nol comporte.

-

Lucea costei più che diana stella

quando me chiuse in le amorose porte,

per farme, ancor sedendo, gir sì forte

ch'io voli qual per vento navicella.

-

Qual ciel adunche, o qual spietati dei

mi negarano al fin qualche buon frutto,

s'io farò tutto ciò che piace a lei?

-

Ma cum' vole si sia; io son del tutto

disposto a soffrir sempre per costei

poi che Amor a servirla m'ha condutto.

-

45**

- -

A dir che siate bella

scemo le vostre lode,

madonna, e mi riprende ognun che m'ode.

Nome non ci è conforme a quel che sete,

non so che cosa avete

più dell'uman, più del divin ancora:

li capegli d'aurora,

gli occhi del sole e 'l volto della luna,

e se bellezza alcuna

imaginar si può che non si vede,

chiar si dimostra in voi ch'ogni altra eccede:

né più bella di voi esser potria

Beltà s'avesse forma o Leggiadria.

-

46**

- -

Cresce la fiamma mia pur ch'io vi miri,

o mio bel sol, da cui mia vita pende,

né luce altra per me fra noi risplende

tosto ch'avien ch'in voi questi occhi giri.

-

E fiano eterni gli alti miei desiri,

sì come eterno è il ben, ch'il cor m'incende.

Santo Amor ch'a sì degno obietto intende

alzar la mente e movere i sospiri.

-

Come, dunque, che scemi o per nuova esca

in me fuoco d'Amor s'accenda mai,

nel pensier vostro sì gran dubio nacque?

-

Torbidi e freddi avrà ben prima i rai

il sol, che quell'ardor del petto m'esca,

a cui me stesso consacrar mi piacque.

-

47**

- -

Amor, che l'alme sì congiungi e i cori,

che sol un cor e un'alma son gli amanti,

Amor, che gli aspri affanni e i rei dolori

rivolger fai in piacer, seccare i pianti,

-

Amor, ch'accendi con soavi ardori

i freddi petti e spezzi gli adamanti

-

intenerissi (?), accend

-

al duro (?) cor (?) chi m'ha

-

48**

- -

Mentre virtù de' bei vostri occhi sente,

arde ogn'alma gentil d'onesto amore,

tanto e sì puro è il lor vivo splendore,

il qual basso desir mai non consente.

-

Le voci poi se con l'orecchie intese

dall'angelica bocca ode uscir fore,

a voi sola volgendo i sensi e il core,

tutta d'alti pensier s'empie la mente.

-

Ogni vostro atto con mirabil arte

l'anime lega e rende l'uom felice:

oh grazia altrui non data in terra mai!

-

Ma chi rimira la divina parte

è fatto cieco al fine, e seco dice:

«In sole ardente, lasso, m'affissai».

-

49**

- -

Oh come son talora

maravigliosi in noi,

Amor, gl'incendii tuoi!

Con accorciato crin, succinta in gonna,

innamorata donna

seguì del suo fedel l'orme leggiadre

fra bellicose squadre.

Ma così gran valore

nelle donne moderne or non si vede,

che, s'han maggior bellezza, han minor fede.