Leon Battista Alberti

                  

UXORIE PROEMIUM AD PETRUM DE MEDICIS (versione volgare)

 

 

 

Molte cagioni già più tempo me induceano ch'io te molto amassi, Pietro. Vedeati modestissimo e umanissimo e amorevole di ciascun buono e studioso di lettere e virtù, e dato a ogni cosa lodata e pregiata in uomo come tu nato ed educato in famiglia nobile e beata. Onde io sperava vederti in tempo alla patria nostra simile al padre tuo Cosmo, uomo virtuosissimo e a me amicissimo, pregiato e utilissimo cittadino, da cui la nostra republica per tuo consiglio e fortune di dì in dì più riceva autorità, dignità e amplitudine. Io adunque te amava, poiché così iudicava per tua virtù e costume certo meritavi da me e da tutti gli studiosi essere amato. Ma ora ch'io intendo quanto sia la benevolenza tua verso di me, e poich'io sento qual sia lo studio e opera tua assidua e prontissima in rendermi con ogni arte, con lodarmi e commendarmi a tutti noto e accettissimo; e ancora ch'io vedo te dato a riconoscere scritti ed essercitazioni mie letterarie, tanto che raro passa ora in quale tu non legga e commendi a memoria qualche mio scritto e detto, posso io non sopra tutti gli altri amarti, da cui, omo degnissimo d'essere amato, io tanto me scorga amato? Ma non dubito di dì in dì si porgeranno occasioni per quali tra noi mosterremo qual sia l'animo e l'affezion nostra insieme, e concerteremo vincere l'uno l'altro d'amorevolezza e di qualunche onesto e grato officio. E già ch'io conobbi te tanto cupido de' miei scritti, mi piacque mandarti questa nostra operetta scritta in villa fra le selve in ozio al quale a questi tempi per buona ragion me diedi. E credo non ti tedierà rileggerla più d'una volta, perché la vederai materia scritta pur faceta e iocosa e non inutile in vita a consigliarsi, e parratti, credo, trattata da me non in tutto sanza modo e degna maturità. Riderai e amera'mi, e da me aspetterai simili maggiori premi alla nostra ottima amicizia.

 

 

UXORIA

 

 

 

1. Udisti, credo, più volte e' Lacedemoniesi essere stato popolo fra' Greci antiqui vittorioso in arme e temuto anche, e in pace modestissimo, reverito e amato da' suoi finitimi ed esterni popoli. E forse vi si ramentano e' nomi di molti Lacedemoniesi famosi, i quali con sue virtù a sé acquistorono nome e gloria, e alla patria sua augumentorono degnità e autorità. Fra questi dicono fu uno chiamato Cleiodromo, uomo fuori in essercito ed espedizion d'arme e in consiglio a casa non posposto a' primi lodati e amati cittadini. Costui sendo in età grande e grave a morte, sé adornò con quelli abiti e insigni trionfali, indosso la pretesta vesta regale, in capo la ghirlanda con sue fronde di sodo oro e gemmate, i quali ornamenti in dono e premio alle sue ben guidate vittorie esso avea dalla patria ricevuti. E sedendo a mezzo il letto con sua barba e fronte piena di maestà, chiamò a sé tre suoi, e' quali avea eredi, figliuoli non dissimili a lui in modestia e ogni laude, che udissero la sua ultima volontà e testamento (eran lor nomi, al maggiore Mizio, l'altro Acrinno, l'ultimo Trissofo), e simili quasi parole disse:

2. “Figliuoli miei, e' beni e fortune, i quali l'avolo vostro, omo degno di memoria, a me padre lasciò, io li serbai sino a qui, e a voi li restituisco sì culti e migliorati ch'io spero presso di voi porgano manifesto testimone e indizio della mia modesta vita e diligenza. E voi, così priego e non dubito, farete; così vi proccurai fussi, e così vi conosco modesti e diligenti: date adunque cura e opera, e tua sia imprima questa diligenza, Mizio, la quale per età ti si debba ottenere il luogo mio ed essere a costoro come padre di famiglia, - farete sì che e' nipoti nostri simile abbino da lodare la parsimonia vostra e temperanza, qual voi credo lodate la mia. Vedesti ancora quanto in me fu ingegno, industria, studio, tutto lo spesi, quanto in me fu, venire tale che voi potessi gloriarvi essermi figliuoli. Da voi richieggo vostro officio così facciate, come fate, che io benché morto abbia da rallegrarmi avere voi con studio e buone opere cupidissimi di laude e insieme fra voi amantissimi. Lodovi che per vostra osservanza e benigna natura sempre volesti che io per voi vivessi lieto e, quanto la fortuna permettesse, felice. Adunque, se a me fu debito avere cura di voi e rendervi di dì in dì migliori, godo avere satisfatto all'officio mio e alla espettazione de' buoni nostri cittadini e al desiderio mio, quando vi vedo costumati e buoni; ed esco di vita non se non in molta parte contento, poich'io lascio le fortune vostre non turbate e voi con ragione ben composti.

3. “Restanmi questi ornamenti, i quali riconoscete sono propi miei, i quali non e' vostri maggiori a me concessero, ma el iudizio e consenso di tutti e' cittadini solo alla mia virtù contribuirono; e sono tali che non tanto il prezzo loro quanto la degnità e rarità loro vi debbono muovere. Questi non sanza cagion voglio sieno non in comune di voi tre, ma di colui solo il quale di voi sé possa dire più che gli altri virtuoso, modesto, prudente, constante, pietoso e iusto. Questo voglio stimiate da me, omo non inconsiderato, sia fatto prima per eccitarvi insieme a virtù e desiderio di simile prestanza e dignità: poi ancora mi parse che quello avea la patria mia sapientissima donato in premio della virtù a solo uno cittadino, io il simile dovessi commendarlo e a solo uno, e a chi ne fussi più degno.

4. “Se acuserete mio instituto, ancora accuserete el mio troppo verso di voi amore, il quale tanto in me vale che mentre ch'io penso a un qualvuoi di voi, quello allora pare a me molto sopra tutti e' mortali prudentissimo e attissimo, né posso me stesso certificare tanto, e ciascuno di voi prepongo a tutti, e niuno pospongo agli altri. Voi tra voi insieme con vostra usata modestia el disaminerete. Adunque chi sé darà primo virtuoso, siali a felicità e ottima quiete ed eterna pace, pigli a sé questa corona, questa vesta e questi ornamenti con animo e instituto di non recusare fatica o pericolo alcuno per farsi degno di tanto ornamento e meritarli”.

5. Qui e' figliuoli, mossi e dalla maestà del padre e dalle parole gravissime tanto piene di degnità, e non meno da' proposti regi e quasi divini ornamenti, e ancora dalla pietà e carità del padre, il quale e' così vedeano, benché propinquo a morte, nulla remettere suo cura verso e' cari figliuoli, somirando l'uno l'altro collacrimarono e alquanto tacerono. Ultimo el maggiore disse: “Sia alla famiglia nostra ogni tuo essemplo, padre, e ogni tua gloria perpetuo ornamento e felice memoria delle tue virtù, quanto ci sforzeremo con ogni opera e studio esserti non dissimili. E così tu, spera, sarai presso di noi più e più anni, e vederai noi, i quali sino a testé sempre ti fummo ossequentissimi, conscendere in grado onorato, quale per tuo suffragio e per benignità delli dii, che vorranno tu prenda frutto della diligenza avesti in renderci ben culti di virtù e ornati di costumi, asseguiremo”. In questo le lagrime loro e del padre ritennero che non fu licito procedere più oltre confortandolo.

6. Poiché 'l vecchio fu uscito di vita, pur tenea cupidità e' figliuoli di quella non meno ricca che splendida eredità, di que' trionfali ornamenti, e rendersi gloriosi del nome d'esser detto primo virtuoso. Ma come bene allevati e civili fratelli, per non multiplicare fra loro contenzione, chiamorono arbitri e' vecchi della loro famiglia, uomini integrissimi e severissimi, appresso de' quali e' discettassero ciascuno la sua causa. Statuito el dì, convenuti gli albitri e costoro, cominciò de' fratelli el maggiore d'età, e così disse: “Padri, se io non fussi certissimo essere in voi verso di ciascuno di noi pari amore quanto nulla più vi si possa desiderare, insieme ed essere in voi iustizia tale che nulla vorrete, per gratificare a uno, meno favoreggiare all'altro, forse qui io e lungo vi pregherrei e adurre'vi cagioni assai per quali vi persuadessi fra noi non essere contenzione chi di noi assegua questi ornamenti, ma quasi essamine a chi di noi meno manchi virtù per essere a voi grato come perfetto virtuoso, e approvato come modesto, temperante e prudente. Né sarebbe in me vera modestia, né voi aresti da riputarmi prudente, s'io vi sollecitassi che oltre alla giustizia volessi essere non communi arbitri, ma fautori parziali; qual cosa né cerco né da voi aspetto, ché sempre vi conobbi osservantissimi d'ogni onestà e religione. E spero ascolterete noi con quanta da ora ci porgete umanità e attenzione; e in nostre discettazioni, se forse scorreremo in qualche non degna parola alle vostre severissime presenze, riputatelo non allo studio nostro del vincere come immoderato, ma solo alla condizion del concertare, poiché raro si può fra pronti ingegni agitare causa alcuna sanza veemenza.

7. “Dico me essere non ultimo di cui voi fermiate opinion non mediocre a riputarmi degno d'essere da voi amato. Vedestine molti indizi, ché da prima mia età sempre me diedi assiduo e fermo a tutti gli studi e cose lodatissime: vedestimi crescere in età sempre ingegnandomi che le virtù e opere mie superassino gli anni e satisfacessoro alle vostre espettazioni di me e di mio ingegno; vedesti l'osservanza mia e reverenza verso ciascuno di voi, l'ubidienza verso el padre nostro; in quali virtù non mi estolgo essere stato a' miei fratelli superiore. Furono e loro come io in ogni simile laude da pari amirarli e amarli. Ma diede la fortuna a me propria e diversa materia in quale io essercitassi ogni mia virtù. Questa una adunche, lasciato adrieto molt'altre nostre commune lode, breve riciterò; e non mi diffido, asseguirò che voi statuirete me primo a cui e' vostri animi se adirizzino a gratificarli.

8. “Rammentavi quale a me fu moglie, femmina di natura sopra tutte l'altre importuna e contumace, di mente inconstante e lieve, d'ingegno lascivo e petulco, d'animo elato e molto superbo, rissosa, maligna, ostinata, e tale che, quando ella prima venne in casa, voi parte vi maravigliavate della sofferenza mia, parte vi movea compassione el tanto mio, quanto io per lei sofferiva, tedio. Lascio adrieto le parole immoderate, e' rimbrotti assidui, e' richiami infiniti, co' quali vedesti ella sempre mi si porgea e opponea dura e acerba, che furono tali e tanti che sarebbe prolisso e odioso recitarli; né voglio sia mio instituto biasimare altri per accumularmi laude. Tanto affermo, con mia equabilità e continenza di me stesso e modo la rendetti, qual voi poi la vedesti e maravigliastivi, trattabile, facile, mansueta, sofferendo da lei ogni sue simili femminili inezie, quali pochi vogliono, rarissimi sanno sofferire. Ma quello in che si truova niuno sì maturo e ben consigliato che non subito inacerbisca precipitoso ad ira e furore, fu dove io dimostrai quanto in me fussi prudente consiglio, iusta ragione, virile fermezza e modesto instituto. Non mi periterò adurre qui in mezzo qualunche cosa onde voi chiaro e aperto scorgiate ogni mia ragione di vivere e studio di virtù. E se cosa niuna sarà sì brutta che detta in luogo e tempo non sia onesto udirla, e quando el mio recitare i costumi altrui, quasi come materia in quale io me essercitai, fia tale che nulla porga molestia a chi ora sia fuori di vita e libero d'ogni infamia, e nulla torni in gravezza a chi fu sempre in questo fuori di colpa, certo sarà da non essere recusato udirmi.

9. “Dico, padri, che conoscendo io in la donna che fu mia, studio men di servarsi buono nome che di satisfare a sue nel nostro matrimonio non iuste voglie e desideri, più giorni meco mi consigliai. Né, cercando evitare quello che tenuto occulto nulla si stima, e palesato molto nuoce, a me parea con altri che meco esplicare miei nell'animo mio involuti pensieri, e meco dicea: in che onesto modo poss'io monstrarli ch'e' suoi costumi a me dispiacciono? S'io solo a lei biasimo suoi detti o fatti, subito eccito in casa intollerabile rissa: ella irritata e meco arderà di sdegno e con tutti furierà d'ira e contumacia, maladirà el dì ch'ella entrò sotto questi tetti, dove ella viva non col marito ma stenti servendo a chi dolga ogni suo onesto sollazzo. Né dolendomi co' suoi sarà se non disutile impresa; a' quali s'io porto cosa incerta, parte a lei e alla madre, le quali istrutte e viziate per scusarse accuseranno me essere geloso, più crederanno che a me; parte, dolendoli sua infamia, mosterranno nulla credere, e risponderanno onteggiosi mai altri che solo me essere stato chi in la loro famiglia inseminasse brutto nome, essere stati sempre liberi e vacui ciascuno de' loro padri da tanta infamia delle cose loro.

10. “E se io pur persevero mostrandomi alienato da lei, ella per inimicarmi ostinata di dì in dì a me accrescerà nuovi sospetti, e goderà vedermi affannato. E quando io ben l'avessi giunta impudica, che poi riferiscalo io a' suoi, diranno me essere né primo né solo a cui sieno caduti tali casi; affermeranno che di questa femminile inconstanza e lascivia nulla quasi vi si truova surgere altro incommodo che solo la fama e romore del volgo, e colui meglio consigliarsi quale non rompa in ira agravando a sé stessi incommodo; e imporrannomi che per loro e per mio onore io non sia quello che faccia la plebe testimone di tanta nostra comune infamia.

11. “E a me qui che partito si doverebbe? Non punirla? Forse quella con intera e piena licenza persevarebbe essere ogni dì più impudicissima. S'io forse cercherò punirla, non sanza grave mio pericolo, non sanza crudelità, né sanza gravissima sollecitudine e molestissime cure potrò vendicarmi. E s'io pur la punissi, che altro asseguirei io che solo, in luogo de eredità a' miei figliuoli dalla madre, brutto nome e perpetua infamia insieme e odio e disgrazia de' cognati suoi e capitale inimicizia de' congiunti a chi amava. Più fie utile adunque dissimulare non vedere quello che non bene si possa emendare, che mostrarsi curioso dove el tuo investigare poco ti giovi; estimare in miglior parte tanto darli occasione che ella dove seco forse così deliberi satisfarsi, possa sanza interpetri saziarsi. E fie utile non ascoltando, non mostrando credere, raffrenare gli ollocutori a meno parlare di cose a loro incerte e a me mal grate, e al tutto fare sì che per me loro non cresca occasione da sospettare né da parlare de' costumi di chi sia detta mia; e se vedranno me uomo non stolto così trattarla come molto da me amata e approvata onesta e pudica, non sarà chi stimi altri ne' fatti altrui più vegga che me qual sia in mie cose pur diligente.

12. “Questo adunque fu mio consiglio tacendo e dissimulando soffrirla, quale chi sarà che non lo giudichi prudentissimo e iustissimo, quando per altri cagioni mosso e per quanto la prova dimostrò, potrà vederlo pieno d'utilità, onesto e vacuo d'ogni molestia. Seguinne ch'e' suoi per buona relazione della donna me tanto amorono che nulla alla benivolenza e studio del beneficarmi vi si potea agiugnere. Seguinne ch'ella mai si sentiva stracca compiacermi, e quasi come diliberasse contendere e certare meco in chi di noi più fussi amorevolezza, continuo mi si porgea mansueta e trattabile, e la licenza avea meco la rendea, credo, sazia solo di que' primi lievi trastulli amatori. E chi pertanto non avesse in me biasimato ogni durenza? Sarebbe stata sevizia odiosa la mia asperarmi contro la donna, sarebbe immanità la mia contenermi duro con chi io avea e' dì miei e intere le notti a vivere.

13. “Certo è stoltizia grandissima cercare in pruova cosa quale a me sarebbe stata acerbissima trovarla. Fu adunque prudenza stimare quanto sia la femmina per sua natura prona e proclive a ogni lascivia, e conoscere quanto quasi niuna si truova sì sozza che non studi e goda essere mirata: né possono le femmine non offerirsi e amare chi mostri piacerli sue bellezze e gesti.

14. “Fu ottimo consiglio secludere ogni severità donde a me molto sarebbe redundatone danno. Fu onesto fuggire la discordia domestica, utile servare la grazia de' suoi, iocondo mantenere la publica buona fama, e commodo fuggire la capitale inimicizia dei cittadini. E quanto, interi quelli anni ch'ella meco fu in vita, constanza in me fussi e verile perseveranza con maraviglioso contenere e moderare me stessi, chi potrebbe racontarlo? Vedea io gli amanti or l'uno or l'altro el dì e la notte assidui, instavano, perseguitavano, sollecitavano. Io fuggia vedere, dissimulava avere veduto, tacea. Non mancava chi per mostrarsi ne' fatti miei più curioso non li bisognava, mi riferiva cose quali io mi sapea. Occoreano non pochi che per dirmi cosa mi dispiacessi narravano sue istorie; e non rari, per pormi in odio chi essi inimicavano, fingeano cose moleste. Alcuni ad altro proposito e fine porgeano suo detti e sentenze, quali io potea interpetrarle dette per me. Da infinite parte era eccitato, tratto, impinto a rompere in qualche inconsulta ragione di vendicarmi e d'acrescermi inimicizia e infamia. E io constante, offermato, sempre placabile, equabile, lenissimo, mai per qual si fusse altrui favole volli né meco essere né con altri parere perturbato o in parte alcuna commosso o concitato a mala ira e inutile sdegno. E parsemi divino consiglio essere alla donna tale che, ove ella in me nulla desiderasse a contentarsi, ivi in me ella volesse nulla essere men che ottima e continentissima.

15. “Voglio essere in questa causa remisso, e dicendo nulla più che in la mia quale descrisse vita, veemente. Sarebbe chi simile a me si glorierebbe e domanderebbe dove altrove in qual si sia marito si trovassi tanta ragione in suoi consigli, tanta mansuetudine e placabilità d'animo, tanta continenza e modestia, tanta perseveranza e fermezza, che maritato a femmina iniqua, inetta, arogante, insolente, con ordine e modo prestituisse a sé utile e ottimo instituto a bene e beato vivere, continuando suo modesto incetto di perseverare a sé e a' suoi buon nome e intera fama, e più e più anni soffrendo, tacendo, dissimulando, imperando, reggendo sé stessi mai commettessi per ira o subitezza cosa onde poi gli bisognasse dire: non vorrei così avere detto o fatto. Gli altri mariti, per gravi e riposati che sieno, per ogni minimo a sé sospetto guardo ingelosiscono, vivono in sollecitudine gravi a se stessi e molesti a chi seco vive. A me, né guardi, né atti, né parole, né cosa per inetta che facesse la donna mia, mai posero in animo sinistra alcuna suspizione.

16. “E ancora chi con più copia volesse estendersi direbbe ne' campi, in essercito e fra l'uso dell'armi solere un solo consiglio, una sola opera, una sola ora, una sola vittoria rendere glorioso in tutta la vita e famoso colui in chi la fortuna più che la sua virtù fu da essere premiata, se così s'afferma la fortuna molto valere ove Marte se impacci. Ma in sé direbbe costui essere stata perpetui anni essercitata sua virtù, e d'ora in ora esserli bisognato innovare e adoperare suoi ottimi consigli, esserli stato opera continua star pronto e desto con certa ragione e virile sofferenza che da parte niuna sua prudenza o virtù si possa in lui desiderare, e sua essere propria laude e sola sua, dove non con arme e aito della multitudine, non con occasione de' tempi o di luogo alcuno superò l'impeto de' nimici, ma con soli suoi auspizi e guida, con sola sua bene adattata e ben retta ragione, con solo suo offermato e mantenuto officio, esso superò la iniquità della fortuna sua, e oppresse la infamia la quale da molti lati li si insurgea. Simili e più altre cose altri forse eloquente adurrebbe per amplificare le lodi sue e rendersi da maravigliarlo e preporlo. Io qui nulla altro che tanto el semplice e nudo mio merito volli esplicare, ove io sperava tanta in voi essere prudenza e intelligenza, che sanza altri ornamenti di eloquenza esso per sé si porgerebbe tale che da voi impetrerebbe, quale aspetto profferirete a mia laude e dignità, iustissima e religiosissima sentenza”.

17. Qui Acrino el secondo fratello molto laudò Mizio, e disse sperare assai che quella facilità e umanità sua tanto essercitata sarebbe accommodatissima alla pace e quiete e dolce unione della famiglia loro, e per sé non volere che manchi che a chi el padre loro diede domestico principato e imperio sopra gli altri, a costui siano ancora contribuiti gli altri ornamenti; ma pregarlo seco consideri qual fatto de' due fusse da più essere approvato; e disse:

18. “Tu avesti donna contumace, lieve, elata, rissosa; e io il simile ebbi in coniugio femmina strana, traversa, bestiale, arrabiata. E sia, priegovi, non meno lecito a me, poiché ancora la mia non vive, narrarne cose divolgatissime. Ma che possiamo noi stimare in questo essere nostra propria alcuna iniqua fortuna? Communi sono e innati vizi a tutte le femmine essere lascive, inconstanti, importune, superbe, gareggiose, ostinate. Propria e non iusta con gli altri mariti né a' congiugati ragionevole fortuna sarebbe a chi potesse gloriarsi avere femmina presso a se modesta, facile e non studiosa e cupida d'imporre e disseminare in le famiglie odi e infamia. Cosa rara, fratello mio, cosa inaudita che femmina non disturbi l'amicizia e le care unioni dovunche ella in mezzo segga. E in rari si truova tanta lenità, tanta equanimità e ben composta ragione che a loro femminili inezie, a loro insimulazioni non si turbino. Non però in questa laude negherai me esser stato a te non dispari. Tu soffristi femmina vagola e vanicciola: io soffersi la mia dura, bizzarra, sempre acigliata, sempre aparecchiata a contendere e onteggiare. Tu del tuo consiglio aseguisti frutto, quiete in casa, tranquillità in la famiglia, grazia presso de' suoi; fuggisti cose difficili, gravi, moleste, fuggisti la discordia domestica, gli odi, le inimicizie. Io più stimai la fama e buon nome che tutte queste cose dure, aspere e acerbissime. Tu curasti ch'ella non volesse, io ch'ella non potesse essermi impudica.

19. “E in questo chi di noi meglio consigliato fusse non bisogna a costoro, uomini dottissimi e sapientissimi, disputando dimostrarlo. Essi bene conoscono per età e per uso la volubilità, la nequizia e perfidia delle femmine. Ben si ramentano l'ingegno delle femmine persino da' primi anni essere educato non ad altro che a studi e arti di lascivia e incontinenza, tale che chi quanto e' debba aspetterà ch'elle non vogliano cose a loro desideratissime e più che altra qualvuoi dolcezza gratissime, costui mio consiglio farà ch'elle non possano. E più saranno quelle che non potendo non vorranno, che quelle che possano e non vogliano. E se quelle che non possono cercano potere, quelle che possino non vorranno, che?”

20. E così Acrino qui a questa materia comparando instituti, cure e molestie sue e del fratello insieme, disse più cose qual sarebbe prolisso recitarle. Ultimo pregò que' padri, arbitri e iudici in questa causa, si ramentassero che quelli ornamenti doveano essere quasi premio della virtù, e non si dimenticassero quanto la virtù mai fu disiunta dalla fatica e dal sudore, dalle vigilie, sollecitudine e cure, e che considerassino a chi di loro più sia stata laboriosa provincia, o a chi fuggiva, o a chi a se prendea somma vigilanza e diligente custodia di quello per quale si loda chi vi espone la roba, el sudore, el sangue, la vita per ottenerla e conservàlla.

21. Qui Trissofo, ultimo minore de' fratelli, giovane d'ingegno e d'animo fervente e ardito, sorise e pregò e' padri non chiedessero da se simili ornamenti in suo dire, in quali a se parea e' fratelli suoi più per onestare suoi gesti che per orare la causa se fussero estesi; ma parerli che e' poco abbino dicendo asseguito quel che cercavano. Se così sia che chi dice, io soffersi con animo virile gl'incommodi e danni e' quali m'erano necessari sofferire travagliandomi in mare, non tanto loda l'animo suo quanto accusa el consiglio per quale sé indusse a fidarsi della inconstanza e perfidia del mare, e convenirli così, non per schifare quale e' non puote aversità ma per meglio reggersi, ivi offermarsi e con l'animo sostenersi: simile chi dica, io tacito soffersi la insolenza di colei con chi mi convenia così vivere, non loda la virtù, ma duolsi della sua imprudenza che così si sommise a tanta avversità e grave sorte.

22. E sempre esserli piaciuto el proprio consiglio suo, e oggi piacerli più che mai, poiché da' fratelli avesse inteso quello gli parea, mentre le loro donne erano vive, che mai avessero minimo momento d'ora lieto e libero di cure e maniconie. E lodarsi che già anni dieci bene abbi retto, non volontaria come a' fratelli, ma certo inevitabile, laboriosissima provincia, in quale ben consigliando sé stessi, nulla né a suasione né a preghiere né a minaccie alcune cedendo, o interlassando suo preso ottimo instituto, esso con molto frutto perseveri. E disse essere la pazienza e fermezza sua stata incredibile, e tentata non da una, quale e' fratelli, sola femmina, ma da tutti quasi e' mortali: né esserli stato securo refugio la casa sua, dove il padre, la madre, e' fratelli, tutti li persuadeano, comandavano, pregavano pigliasse moglie; minacciavanlo esredarlo, privarlo de' beni paterni, averlo in luogo d'alieno e ignoto, se non li ubidiva. “Né fui”, disse, “ancora libero da tanta domestica ricadia, se forse fuggiva in vicinanza, ove e' parenti e cognati me assediavano, espugnavano, dessi al padre mio questa ubbidienza, a' fratelli questa grazia, a chi mi pregava mi rendessi non tanto inessorabile e ostinato. E ne' teatri, ne' templi, ne' publici diversori ancora, mai a me fu luogo a fuggire questa seccaggine: tutti e' mortali quasi a gara e distribuita faccenda a me sono stati in questo suadermi ch'io tolga donna troppo odiosi. E io, che manifesto vedea quella che dal marito potea né facilità né benignità né amorevolezza alcuna più a sé desiderare, e quella che con maravigliosa custodia era osservata, non però essere assai pudica, e intendea questa non si saziare d'uno e poi d'un altro amante, e questa nulla potersi contenere con infinita guardia, consiglia'mi non torla.

23. “Soffriva nostro padre e voi imprima, fratelli miei, con molta pazienza; e dove potete maravigliarvi ancora non poco della mia equità e modestia, mai con niuno di voi e meno con altri a tanto vostro tedio me turbai: solo mi parea bastassi dirvi, non vo moglie. Né mi curai allegarvi queste ragoni le quali ora v'adussi, perché vedea pronte le vostre risposte: non vogliamo sia tu in miglior sorte che noi. E insieme a me parea non comodo ch'io dicessi a te cosa qual tu parte fuggivi sapere, e parte meglio di me sapevi. E a te, uomo vigilantissimo, Acrino, e diligentissimo, non arbitrava poterti dire cosa la qual tu non bene sapessi. E qual fu miglior consiglio, padri, el loro o il mio? Tu, Mizio, per non aver in casa el tedio e mattanamento d'una femmina, non ti curasti udire fuori cosa a te molesta. E tu, Acrino, per non abbatterti fuori a chi forse parlasse di cose a te ingrate, soffristi in casa infinite discordie, continuo tumulto e turbolenza: ella si dolea degli uomini, della fortuna, delli dii, accusava se stessi che più volessi vedere questa luce e tanta sua miseria, né meritare con sue dote e bellezze essere trattata peggio che la cognata la quale filice vivea libera e soluta, sé essere peggio che serva, a quale non sia lecito, nonché non favellare e darsi sollazzo, ma né mirare né ridere né piangere né tossire a sua voglia. Queste sono le lode e i frutti del consiglio vostro. Del mio consiglio, padri, sono frutti prima che per mia troppa licenza niuna trascorse sottomettendosi ciascun dì a nuove coniunzioni, né per mia austerità fu mai chi cercasse con sua voluttà e mia infamia vendicarsi e pascere delle nostre fortune più e più famiglie di persone infame quale ella adoperasse in essere con meno pericolo lasciva.

24. “Ma che poss'io credere qui, Acrino, se tu non per sentenza di questi padri, ma in qualche altro modo occupassi questi ornamenti, e così piacesse alli dii che tu scontrassi nostro padre risuscitato, e per onestarti dicessi a te fussino stati adiudicati, che credi, non griderebbe egli ad alta voce questa essere cosa iniqua, cosa detestabile? Non direbbe egli: 'A me la patria diede questi ornamenti premio alle mie mirifiche virtù; dielle a me, il quale con gravissimi pericoli, con molto affanno, con lunghe vigilie, sovenni alla salute della patria mia, il quale la vendicai dall'impeto de' nimici, il quale conservai a' miei cittadini la cara e dolce libertà, ozio, quiete e tranquillità; e voi, padri, li adiudicasti a chi turbò con suoi sospetti l'ozio e quiete nostro domestico, e a se stessi impose servile condizione e indegna d'animo libero, nato ad altro che ad osservare gesti e detti d'una inquieta e inconstantissima femminella'? Poi si volgerebbe, credo, a te, Acrino, e direbbe: 'Che laude di tua virtù, che meriti aduci tu, quale primo e ultimo de' tuoi pensieri ponesti in opera inutile e indegnissima di chi abbi l'animo erto e virile? S'ella per te non peccò, se tu con custodirla e contenerla facesti el debito tuo, che gloria te ne surge degna di tanti ornamenti? Se non ti si convenia perdere el tempo e te stessi in prestarti quasi pedissequo e osservatore della inconstanza femminile, non t'è egli vergogna gloriartene? E s'ella avesse peccato, chi loda la diligenza tua e vigilanza, e del vizio suo a chi altri che a lei ne surge infamia? Ché adunque ti vendichi questa vana e falsa gloria? In cose più degne (direbbe el padre nostro), figliuoli miei, voglio adoperiate vostro ingegno, industria, vostro studio, vostra opera che in procurare quanto e con chi e dove e quando rida o cianci una lieve e fallace femmina'. E tu, Mizio, udite dal padre nostro queste parole, con che fronte ardiresti chiedere questi ornamenti? Non aducendo altre ragioni che solo queste: placai una importuna femmina, feci ch'ella predicava me essere uno ottimo marito, non mi crucciai per sue alcune inezie. Oh meriti degnissimi! Oh virtù maravigliosa! Oh cittadino nato a gloria e a onorare la patria nostra, il quale seppe gratificando a una femmina rendersi pregiato marito! E se tu non ti crucciasti, non era in te iusto sdegno, o in lei non era quanto nell'altre iniquità e malignità; né ha stomaco a chi non dispiace una femmina petulca, arrogante, immodesta. E s'ella teco fu facile, non fie tua egregia laude; né molta durasti fatica mitigarla e renderla mansueta.

25. “Così credo direbbe nostro padre. Ma io però non vorrei parere a voi uomini temperatissimi troppo immodesto disputatore. Non mi distenderò adunche lodando me stessi. Tanto non preterirò questo. Se voi approvate el consiglio di qual si sia de' due miei fratelli, in me ancora gli approvate. Io né soffersi dura moglie, né permisi fussi inonesta. Se lodate la perseveranza, constanza, fermezza, forse in me solo prima la loderete. Io con tutte le turme degli uomini ebbi pazienza udirli persuadermi, trarmi, sforzarmi togliessi moglie, ove offermato nulla me da questo ottimo consiglio mio potea muovere: non dote grandissime, non parentadi nobilissimi e massimi, non bellezza di sposa, non proposte amplitudine, non espettazioni di magistrati, non copia d'ogni proferta fortuna poterono stormi dal mio santissimo e iustissimo instituto, col quale propulsai da me ogni dura compagnia in casa e ogni sinistro romore fuori tra le genti”.

26. Qui e' padri, e' quali sedeano arbitri in questa causa, prescrissero termine a consigliarsi, e piacque loro quelli trionfali ornamenti intanto si deponessero presso a' sacerdoti della dea Cibeles.